window.dataLayer = window.dataLayer || []; function gtag(){dataLayer.push(arguments);} gtag('js', new Date()); gtag('config', 'UA-58861530-1', { 'anonymize_ip': true });
Anteprima nuove collezioni2018-03-07T11:44:43+00:00

Che fine ha fatto Sergio? di J. Raponi

10 Gennaio 2016|Categorie: Contest|

Comune: Fiorano Modenese
Provincia: Modena
Edicolante: Edicola del Centro di Paoletti Elisa – Via Vittorio Veneto 25 – Fiorano Modenese


La piazza era quasi deserta.
Le persone la percorrevano tagliandola dalla strada principale lungo l’ingresso del parco a testa bassa e a passo veloce.
Un tempo quella piazza, piazza Ciro menotti, era il cuore pulsante di Fiorano, tranquillo e laborioso paese della provincia modenese.
Aveva tutto ciò di cui ogni paese aveva bisogno.
All’angolo un bar sempre gremito e rumoroso.
Vetrine allestite in modo impeccabile e al centro della piazza un’edicola.
A memoria d’uomo quell’edicola era sempre stata lì.
Gestita da generazioni dalla stessa famiglia.
Davanti a quella casupola ogni giorno si dava appuntamento quasi tutto il paese.
Le chiacchiere e le discussioni si sprecavano.
Passavano gli anni e le generazioni, ma i temi trattati erano sempre gli stessi.
Accese discussioni politiche alla vigilia delle elezioni.
Discussioni sportive al lunedì mattina o alla domenica, nell’eventualità si fosse disputato un anticipo di lusso del campionato la sera prima.
Moderatore attento e immancabile era l’edicolante, il signor Sergio.
Ultimo di una rispettata famiglia di edicolanti.
Quando gli animi si facevano troppo accesi e la discussione era ormai incontrollata, il signor Sergio si schiariva rumorosamente la voce e gli astanti cessavano all’istante di parlare, aspettando il suo saggio intervento.
Con voce calma e decisa informava i presenti della sua illuminata opinione.
Nella maggioranza dei casi aspettavano lui per sentenziare se fosse stato rigore oppure no.
Trovavano nel signor Sergio il collante sociale di cui il paese aveva bisogno.
Non era più un edicolante ormai ma era diventato per tutti un amico di famiglia, di tutte le famiglie del paese.
E c’era qualcosa di rassicurante nell’avere un amico comune in ogni famiglia.
Da lui si potevano trovare consigli, voci consolatorie e dovuti incitamenti.
Le voci sull’edicolante erano innumerevoli e a volte spropositate.
I più audaci sostenevano che Sergio l’edicolante, conoscesse il contenuto di qualsiasi rivista a memoria.
Altri invece erano sicuri che avrebbe potuto riconoscere qualsiasi quotidiano al solo tocco della copertina.
Ultimamente Sergio però mostrava segni di cedimento.
Appariva apatico e insofferente.
Saranno stati gli innumerevoli anni di alzatacce,di orari massacranti, di mattine fredde e piovose ad aspettare il paese svegliarsi.
Forse stanco di respirare l’aria pungente dell’alba in inverno o di ritrovarsi l’inchiostro sui polpastrelli ogni sera.

Da gennaio l’edicola era rimasta chiusa per qualche giorno e poi inspiegabilmente una mattina di febbraio la casupola era sparita nell’incredulità e stupore generale.
Da quella mattina la piazza si svuotò ogni giorno sempre di più fino a diventare solo un luogo di passaggio.
Ne risentì la vita di tutto il paese.
Il bar sempre numeroso e rumoroso, mutò inspiegabilmente.
Un tempo dentro quelle quattro mura il tempo sembrava sospeso e immobile.
Le persone perdevano la cognizione del tempo in quel bar in infinite discussioni o nel leggere uno dei tanti giornali appoggiati sopra i tavolini.
Da quando sparì l’edicola sparirono anche i giornali e mutarono anche le abitudini delle persone.
Entrare in un bar era un occasione per ritagliarsi un attimo di relax e quale metodo più efficace se non quello di sfogliare un giornale o una rivista.
Ora invece i caffè e gli aperitivi si consumavano velocemente al bancone in modo distratto e sommesso senza dire una parola.
Anche il negozio di parrucchiera dall’altro lato delle strada ne risentì della chiusura dell’edicola.
Senza le riviste di gossip posate accuratamente ai lati delle poltrone, le clienti iniziarono a pettegolare selvaggiamente le une contro le altre e il salone si trasformò in un arena di combattimento.
I ragazzini orfani di fumetti, riviste colorate e figurine si rintanarono definitivamente in casa davanti a qual si voglia aggeggio elettronico.
La vita del paese era stata irrimediabilmente compromessa.

Ma in una mattina di primavera si ebbe un barlume di speranza.
Dalla discesa di Via Bonincontro scendeva un ragazzino che procedeva con passo incerto e insicuro.
Era vestito di pesanti calzoni larghi, camicia con maniche arrotolate da cui si intravedevano bratelle logore e sporche.
Portava una coppolina di lana marrone appoggiata malamente sulla testa spettinata.
Il passo incerto e insicuro era dovuto all’enorme borsone di tela che trascinava a fatica.
Si fermò al centro della piazza, posando il borsone e asciugandosi il sudore dalla fronte con la manica della camicia.
Rimase immobile per interminabili minuti attendendo qualcosa che sicuramente non stava arrivando.
Un individuo così losco e curioso, non poteva che catturare l’attenzione dei passanti.
Un folto gruppo di persone rimasero fermi ad aspettare a debita distanza, scrutando ogni suo piccolo movimento.
Quando l’orologio della piazza rintocco le dieci il ragazzino si schiarì rumorosamente la voce.
“Giornali, riviste, fumetti e figurine” urlò con decisione tirando fuori dal borsone ogni genere di mercanzia editoriale.
Gli astanti rimasero confusi e incuriositi.
Nessuno poteva aspettarsi di ritrovarsi uno “strillone”, nell’esatto punto dove era situata l’edicola del paese.
Il ragazzo dei giornali riscosse un successo fulmineo.
In un attimo era circondato da una folla di accanniti compratori, pronti ad accaparrarsi un quotidiano o una rivista, con la paura che la merce potesse finire da un momento all’altro.
La piazza tornò il luogo rumoroso e pieno di vita di un tempo.
L’orologio rintoccò mezzogiorno e il ragazzo dei giornali chiuse il borsone dopo averne esaurito tutto il contenuto.
“Torna anche domani?” gli chiese il restauratore del negozio all’angolo.
“Certo che torno, la piazza non può rimanere senza di me. Non preoccuparti Renzo, domani ti tengo una copia della Gazzetta” rispose con un sorriso il ragazzo dei giornali.
Alla risposta, Renzo il restauratore rimase a bocca aperta.
Si incamminò con passo spedito e deciso verso la salita che porta alla collina.
Ora il borsone vuoto non pesava quasi nulla e lo trascinava con leggerezza.
Due vecchietti seduti su una panchina si misero a scrutare il ragazzo dei giornali che si allontanava dalla piazza.
“Ma sai che quel “ragasol” assomiglia proprio a Sergio da ragazzino?” domandò il primo appoggiando il mento al bastone da passeggio.
“Hai ragione, è proprio identico” rispose il secondo.

L’edicola di Viale Gramsci di R. Benatti

10 Gennaio 2016|Categorie: Contest|

Comune: Mirandola
Provincia: Modena
Edicolante: MI.CO. S.n.c. diNegri Milena e Poletti Corrado Viale Gramsci N°51 41037 Mirandola (MO)


Ricordo che un giorno mio padre mi disse: «Nella vita un uomo può cambiare tutto, due cose sole non deve cambiare mai: la squadra di calcio e l’edicola dove compra il “giornale”.»
Tutti i giorni che nostro Signore mandava sulla terra, mio padre si recava alla “sua” edicola, quella di Viale Gramsci, a Mirandola, per acquistare il giornale. Ma non un giornale qualunque: quel “giornale “.
Sempre e solo quello.
Se non c’era: «Soldi risparmiati!» Mia madre che i giornali li vedeva come fumo negli occhi.
«Vanno bene per una cosa sola: accendere la stufa al mattino.»
Anzi, due: pure il camino.
Mio padre era bifolco e povero da provare quasi vergogna, ma sapeva leggere e scrivere bene, e pure fare di conto. Aveva studiato fino alla quinta elementare ed era uno ci teneva ad essere informato: «su tutto quello che “accade nel mondo”», e poi, quello che gli dava maggior piacere, era avere sempre una risposta per ogni occasione. Sì, perché mio padre era uno che la lingua l’aveva lunga e quando la faceva girare erano dolori di pancia. Era uno che non si lasciava infinocchiare da nessuno; quando sentiva che era il momento di dire la sua, la diceva e non sempre erano suonate di mandolino. Era uno poteva fare a meno di tutto, ma non del “giornale”. E non è che avesse le tasche piene di spiccioli.
Spesso mi prendeva con sé, io seduto sulla canna della bicicletta, lui a pedalare. Perché mio padre non aveva la patente e nemmeno la macchina. Neanche la Lambretta.
Uno dei tanti ricordi che ho di quegli anni è Viale Gramsci.
Un viale lungo ed ombreggiato da due fila di platani, mi aveva detto che portava diritto fino alla Stazione dei treni.
I treni.
Non ne avevo mai visto uno. Mi aveva raccontato che erano delle grandi macchine e che andavano veloci per delle strade senza le curve.
Chissà come facevano.
Dovevano essere molto grandi.
«Come un biroccio?»
Di più, molto di più, mi rispondeva mentre pedalava.
Poi ricordo le fila dei rimorchi in attesa d’entrare allo zuccherificio, la strada ghiaiata e l’odore della nafta bruciata lasciata dai trattori. Ricordo le partite a briscola alla luce di qualche lucerna a petrolio attaccata alla ruota di un carro, le merende con pane e cipolla e l’esercito di zanzare che all’imbrunire calavano come fanti in assetto di guerra. Al mattino, invece, mi è rimasto impresso l’immancabile concerto dei merli appollaiati sui platani. C’è n’erano talmente tanti che il loro cinguettare diventava assordante.
Poi c’era l’edicola. Anche allora era al numero 51. La vetrina illuminata da un neon a soffitto e tanti giornali e riviste in mostra sugli scaffali, con i fumetti di Tex sullo scaffale in fondo.
Qualche anno fa lo zuccherificio l’hanno chiuso, la strada è stata asfaltata, i birocci non ci sono più e non c’è più nemmeno mio padre.
È morto coricato nel letto di casa sua.
Non ha mai voluto andare all’Ospedale, pregava il dottore di lasciarlo morire in pace, senza aghi e diavolerie.
«Dottore, ho settant’anni, ho una gamba con un cane attaccato che me la sta mangiando, ho il fiato che non mi viene e pure il catetere. Mi lasci morire a casa mia. Una cosa sola chiedo per passare il tempo intanto che aspetto, che mio figlio vada all’edicola a comprarmi il giornale, perché io non sono più capace.»
Ed io, all’edicola, quella che c’è lungo il Viale che porta alla Stazione, il giornale sono sempre andato a comprarglielo, anche dopo che era morto.
Pure le zanzare sono morte, ma ce ne sono altre, uguali.
Sicuramente lontane parenti.
Anche per i merli la vita è cambiata. Molti sono stati uccisi dall’inquinamento, qualche altro dalla fame, quelli rimasti se ne sono andati, forse dalla disperazione.
Anch’io me ne sono andato, ma in un paese lontano, dove le edicole non esistevano e di giornali c’è n’era uno solo. Non c’era bisogno di scegliere.
Là, in quel Paese, era tutto più facile.
Anche per chi scriveva era tutto più facile. Il suo compito era scrivere solo quello che gli veniva dettato da persone che prendevano ordini da altre persone e queste da altre ancora. Le ultime, quelle più in alto, mi avevano detto che portavano sempre la divisa.
Mi sono sempre chiesto il perché ci fosse bisogno d’una divisa per scrivere un giornale.
Forse perché così era tutto più facile.
Il giornale si chiamava “Trabajadores”: lavoratori.
Trabajadores: bel nome!
Mi faceva ricordare il sudore della fronte e i calli alle mani, quelle di mio padre. Erano tanto spessi che quando mi accarezzava io mi scansavo, perché facevano male ma, ugualmente, ero orgoglioso dei calli nelle mani di mio padre.
Il giornale usciva con due edizioni al giorno: al mattino presto e nel primo pomeriggio, por la tarde. Era composto da 2 fogli piegati: 8 facciate. Più che sufficienti per descrivere tutti i fatti del giorno.
Tanto, non accadeva mai niente.
Quello era un paese tranquillo. Di politici corrotti non se ne parlava e di ladri c’è n’erano pochi. Quando accadeva un reato, il colpevole veniva subito arrestato e poi processato.
Pure questo l’ho sentito dire.
Perché sul giornale non ho mai letto una riga che raccontasse di reati, a differenza di quello che accadeva da noi, dove tutti i giorni era la solita storia.
I giornali non venivano venduti in edicola perché, in quel Paese dove sono stato, non c’erano edicole, li portavano a casa o si vendevano per strada. Se uno non lo voleva o non aveva i soldi, poco importava, te lo davano lo stesso, poi, se non aveva voglia di leggerlo, poteva pure buttarlo, non era proibito.
L’importante era che nessuno vedesse.
Era tutto più semplice… molto più semplice.
Qua, se non hai i soldi, il “giornale” non te lo danno e ti guardano pure male, come se essere povero fosse peccato.
Di librerie, invece, c’è n’erano tante, tutte piene di libri e tutte molto vecchie.
Spesso entravo in una di queste librerie, mi piaceva l’atmosfera e l’odore dei libri vecchi. La carta ingiallita dal tempo ed il profumo.
Ah! quel profumo.
Tante vite vissute, tante persone e tante storie.
Non c’è profumo più bello che quello di un buon vecchio libro. Assieme ai libri c’era il bibliotecario, spesso era scalzo, poi pareti scrostate e sale nitrato in quantità. Tutte erano fornite di ventilatore, rigorosamente di fabbricazione sovietica.
In quelle librerie, di libri nuovi se ne vendevano pochi, si vendevano solo libri usati, o si prendevano a “prestito”. Chi voleva leggere doveva accontentarsi di un libro già letto da altri, così si risparmiava sulla carta.
I libri erano molti, c’era solo l’imbarazzo della scelta. C’era quello con la copertina bianca, un altro con la copertina nera, un altro ancora con la copertina bianca e nera. Una cosa sola avevano in comune: tutti parlavano di Rivoluzione.
Anche qua di librerie c’è ne sono tante, i libri sono tutti nuovi, tutti profumano d’inchiostro, ma nessuno parla di Rivoluzione.
Là, tutto era più semplice.
Oggi sono tornato a casa, nella Bassa, dove sono nato, dove tutto mi è familiare, dove posso persino parlare il dialetto e tutti mi capiscono. Quà, se Rivoluzione c’è stata, l’hanno fatta i miei genitori e tutti quelli che come loro sono nati poveri e sono vissuti grazie alla forza dei loro sogni.
Sto percorrendo la stessa strada che tanti anni fa percorrevo in bicicletta assieme a mio padre per andare all’edicola di Viale Gramsci.
Il “nostro” appuntamento quotidiano.
Ora che mio padre non c’è più, ugualmente, tutti i giorni che nostro Signore manda sulla terra, vado all’edicola e compro il giornale.
Per il resto tutto è cambiato.
La strada è più larga, dove c’era la campagna ora ci sono tante di quelle case che faccio fatica a contarle, vedo che la gente va sempre di corsa, come fosse sempre in ritardo o avesse mille cose da fare. Non ero più abituato a vedere gente così indaffarata. Nel Paese dove sono stato, andavano tutti piano, come se il giorno dovesse durare chissà quanto.
È vero, sono tornato, guardo il viale alberato di Viale Gramsci e sento che mi si stringe il cuore.
Oggi è l’undici di Novembre giorno di San Martino. Come tutti i mesi di Novembre degni di questo nome, nella Bassa è calato un nebbione che si può affettare con una lama. La macchina mi sta portando per il Viale che porta alla stazione dei treni, piano, con una lagna simile a quella del somaro.
Ho detto nebbia?
Cacchio!
Erano le 10 del mattino e faticavo a vedere i fusti dei platani che fiancheggiavano il viale.
Proprio come il giorno che è morto mio padre.
Poche le macchine in giro.
Avevo appena lasciato Viale Martiri della Libertà e svoltato a sinistra, davanti all’edicola di Milena e Corrado parcheggiai in mezzo alla nebbia. D’estate, ad attendermi c’era l’afa ma, ugualmente, nebbia od afa, la mia edicola era sempre là, aperta, con i miei due amici, pazienti e disponibili, ad augurarmi il buongiorno e ad ascoltarmi mentre scambiavamo due chiacchiere.
Di giornali ce n’erano a volontà, potevo scegliere quello che volevo, ma io ho sempre comprato quel “giornale”, quello che comprava mio padre.
Se non avevo i soldi, poco importava, Milena me lo dava lo stesso, l’avrei pagato il giorno dopo.
Proprio come in quel paese lontano. La sola differenza, era che il giornale qua, a casa mia, era sempre pieno di brutte notizie. Veniva la voglia di lasciar perdere. Tanto, anche se non lo leggevo, nessuno mi avrebbe chiesto il perché.
Qualche giorno prima che mio padre se ne andasse, mia madre ha voluto che andassi a chiamare il prete. Quand’è arrivato, ha trovato mio padre con gli occhi chiusi ed il giornale aperto tra le mani. Gli diede un’occhiata storta. Al prete quel giornale non piaceva, era un giornale di sinistra.
A mio padre la Benedizione non gliela diede, a me, invece, lasciò un Santino con l’effige di San Martino.
Lo conservo ancora.

Il chiosco di G. Crasti

10 Gennaio 2016|Categorie: Contest|

Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicolante: E’ DICOLEI DI BERGIANTI SABRINA, Viale A. Gramsci 131, 41122 Modena (MO)


C’era vicino alle due querce,
non lontano dall’ampia piazza,
un chiosco di piccola stazza
che vendeva una strana merce.

D’antica fattura appariva,
verde aggredito dal tempo,
come una carcassa alla deriva
arenata per il maltempo.

Fuoriposto, estraneo al luogo,
eppur bene incastonato,
quasi avvolto dal baglior fioco
di un mistero non svelato.

Degli effetti curiosi aveva
su color che vi entravano:
la giornata gli trasformava,
all’uscita sorridevano.

Cosa dovevan lì comprare,
si chiedevano i bambini,
per poter poi beneficiare
di quegli effetti divini?

Poi uno prese la decisione
di rispondere al quesito:
andò avanti con convinzione
per uscirne sbalordito.

Solo giornali eran venduti,
nessun prodotto speciale,
ma il buongiorno dell’edicolante
tutto sapeva migliorare.

Un oceano di inchiostro e carta di G. Barsuola

9 Gennaio 2016|Categorie: Contest|

Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicola: Davide Manzini, viale Verdi Modena


Oggi era il giorno della spesa. Si era costretto a darsi precise scadenze settimanali, per non affogare nulla dolce apatia dei soleggiati pomeriggi californiani. Mercoledì pomeriggio: fare la spesa.
Aveva chiuso il libro, aveva preso le chiavi di casa ed era uscito. Mentre camminava per Laurel Street, continuava a pensare al libro che aveva lasciato sulla scrivania nella sua amata biblioteca, che venerava con una devozione commuovente e contagiosa. Si era voltato a guardare la sua casa rosa, all’incrocio tra Laurel and Pacific Street, quasi a tranquillizzare i suoi libri: non ci avrebbe messo molto a tornare a casa.
Mentre camminava per Laurel Street, verso la salita e l’incrocio con California Avenue, catturava sguardi e li ricambiava: voleva guardare negli occhi chi incontrava, voleva che il suo saluto fosse solo un’immagine sospesa sulla retina e un lieve battito di ciglia. Andrew voleva salutare in silenzio, con uno sguardo, come nella filosofia di Levinas o nella Berlino di Wim Wenders. Andrew salutava in silenzio, ma salutava tutti: be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise (“Non essere scortese con gli sconosciuti, potrebbero essere angeli sotto mentite spoglie”), come recitava la scritta nell’amata libreria Shakespeare and Company di Parigi. E agli amici o sconosciuti che incontrava lungo il cammino, regalava a tutti la stessa impressione retinica: una bellezza sconcertante, racchiusa in una lunga linea chiara. Andrew non sapeva dove mettersi, non sapeva dove stare: le gambe lunghe, le mani affusolate, pallide e lievi, i pensieri sempre in circolo, l’anima sempre inquieta. Com’era possibile che il fuoco che lo divorava e teneva in vita non arrivasse a mangiargli la carne e a consumargli la pelle? Ma dall’esterno si percepiva luce e calma. Solo negli occhi d’acqua limpida si vedevano guizzi di fuoco e nebbia di tristezza risplendere ad intermittenza.
Mentre oltrepassava California Avenue, continuava su Laurel e girava a sinistra su Mission, ripeteva a memoria il suo William Blake, una preghiera che lo accompagnava nel rito del fare un passo dopo l’altro e andare lontano. Una preghiera che finì appena in tempo per entrare nel supermercato Safeway, dove iniziava la danza alla ricerca degli ingredienti giusti, come un pittore alla ricerca dei suoi colori. Dopo aver preso tutto, compresa una bottiglia di Boubon, i biscotti Walkers e lo Yerba Mate alla menta, andò alla cassa, preparando la carta d’identità, da mostrare per comprare alcolici. Guardò la foto sul documento e vide un se stesso ventitreenne, dieci anni prima. Mentre alzava lo sguardo e spostava avanti il carrello (la fila scorreva sempre lentamente), incrociò i giornali disordinatamente collocati nei pressi della cassa.
Quotidiani nazionali, ma soprattutto riviste.
Una fitta allo stomaco: il morso della nostalgia. Nostalgia dei suoi viaggi in Europa, ma soprattutto nostalgia dell’Italia, nostalgia delle edicole italiane, che non aveva mai ritrovato da nessun’altra parte. Quando pensava alle edicole, pensava all’Italia. In America non esistono edicole, vendono i giornali e le riviste nei supermercati. Nessun rito quotidiano, nessun edicolante che ti aspetta e ti sorride mentre ti parla con il suo italiano gentile; nessun  espresso leggendo il quotidiano appena comprato nell’edicola accanto al bar.
Nessuno di questi piccoli piaceri quotidiani.
Si ricordava delle mattine d’estate di dodici anni prima, quando camminava stretto a Valentina per le calli di Venezia, lei con un vestito a fiori, lui con pantaloni estivi beige e la camicia di lino bianca. Si fermavano tutte le mattine nella stessa bellissima edicola, subito dopo il Sottoportego della Siora Bettina, vicino a Rialto. Nell’edicola rossa del Sottoportego prendevano il New York Time e la Repubblica, rispettivamente per lui, americano nato in Michigan, e per lei, italiana di Firenze. Si erano conosciuti a diciassette anni in Michigan, appunto, nel Liceo di Kalamazoo, dove lei aveva studiato un anno come studente di scambio.
Valentina era stata il suo primo amore e anche colei che gli aveva fatto conoscere Italo Calvino. Andrew aveva studiato italiano per poterle parlare nella sua lingua. Ma che stessero camminando abbracciati per le calli di Venezia o per le vie di Firenze, avevano sempre i loro rispettivi quotidiani sotto braccio. Il sorriso regalatogli dall’edicolante sul Lungarno li accompagnava per tutta la mattina, scandita da una espresso, le pagine dei quotidiano e le dita nere d’inchiostro.
Quel Mercoledì pomeriggio al Safeway di Mission Street di Santa Cruz, California, Andrew pensava a quei giorni felici passati in Italia. Pensava a Valentina, a Giulia e a tutte le persone che aveva conosciuto in Italia.
E pensava a quanto gli mancava iniziare la giornata camminando verso l’edicola rossa, piena di parole, suoni e colori, di una lingua che non sarebbe mai stata pienamente sua, ma che lo avrebbe sempre accompagnato nel suo cammino.
Quando fu il suo turno, pagò, prese le sporte di carta e andò veloce verso casa, sentendo il profumo di della carta e dell’inchiostro di giornale bagnargli gli occhi di lacrime.

L’edicola magica del futuro di M. Meo

9 Gennaio 2016|Categorie: Contest|

Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicola: Edicola di Oleari Giuliano, via Mascagni, 2


Miranda camminava a passo svelto sullo stretto marciapiede della sua via: stava tornando a casa da scuola , come sempre era in ritardo per il pranzo,e oggi più del solito dato che ci aveva messo un sacco di tempo.”Il papà sarà già tornato a casa”pensò mordendosi il labbro. Lo faceva sempre quando era nervosa o preoccupata per qualcosa. Si fermò davanti al numero 43, tirò fuori la chiave dalla tasca della divisa scolastica ed irruppe in casa sbattendo la massiccia porta di legno.
“Sono a casa!”gridò anche se sapeva perfettamente che a i suoi genitori dava fastidio: loro volevano che si comportasse da signorina beneducata qual era. Ma i suoi genitori non c’erano. C’era invece Gilda, la loro cameriera/cuoca, che spiegò che la signora della villa dirimpetto aveva avuto un malore e quindi suo padre e sua madre erano andati a soccorrerla, in attesa dell’autoambulanza. A volte avere un padre medico non era divertente. Ma in quel momento era capitato giusto in tempo. Miranda ne approfittò per andare in camera sua,nascondere il libro sotto la trave rotta del pavimento e togliersi la scomoda giacca dell’uniforme. Poi,dopo aver controllato che non ci fosse nessuno a portata d’orecchio, battè due volte le nocche sul muro: era il loro segnale per dire che era tornata da scuola. Sì, lei l’aveva sentita di sicuro perchè la sentì tossire. Si sedette sul letto e tornò con la mente a quel momento cinque anni prima, quando ancora non era accaduto niente. Cinque anni prima, esattamente il 23 maggio,si era accorta per la prima volta che qualcosa non andava.
Era il giorno della Prima Comunione dell’adorata cugina: il suo bellissimo nome, che rappresentava perfettamente i suoi occhi turchini, era Celeste. Quel giorno poi le calzava ancora più a pennello per il suo bellissimo vestito di tulle dello stesso colore del cielo. Lei e Miranda erano sempre state come sorelle: Celeste era figlia unica e la cuginetta era come una sorella minore che non aveva mai avuto, Miranda, dal canto suo, la considerava come la sorella maggiore che aveva sempre desiderato e che non aveva, essendo la maggiore di cinque fratelli. Avevano due anni di differenza ed erano completamente diverse sia fisicamente, sia caratterialmente. Miranda era di media altezza, abbastanza magra, aveva la pelle abbronzata, due fossette sulle guance abbastanza pienotte, occhi neri e capelli castani che le arrivavano a metà schiena. Non aveva niente di femminile, a parte il modo di vestire (a cui era costretta) e la capacità di suonare il pianoforte ( a cui, suo malgrado, era stata abituata fin da piccola); per tutto il resto era un “maschiaccio”: nei modi, nei toni, negli interessi, nelle amicizie…solo Celeste la intimidiva e tirava fuori la dolcezza che era in lei.
Celeste, dal canto suo, era il contrario: aveva lunghissimi capelli biondi, chiarissimi che sembravano quasi bianchi (Miranda pensava che non se li fosse mai tagliati: le arrivavano quasi alle ginocchia), occhi azzurri, la pelle bianca come il marmo ed era alta e magra. Era normalmente seria ed altezzosa ma quando si lasciava andare, era veramente divertente.
Ritorniamo a quella calda mattina di maggio con Celeste col suo vestito colore del cielo e Miranda con i codini. Era quel giorno che, secondo Miranda, erano apparsi i primi sintomi della malattia: quel giorno Celeste non aveva mangiato niente, non stava bene, e poi, al rinfresco, era quasi svenuta per la febbre. Passò un anno prima che il padre di Miranda le diagnosticasse la leucemia, di cui ancora non si sapeva quasi niente. Da allora Celeste era sempre peggiorata. Un anno dopo la diagnosi si ritirò dalla scuola perché stava sempre peggio. Ormai erano passati cinque anni dal giorno della Prima Comunione di Celeste, ora aveva quattordici anni, mentre Miranda dodici. Due anni prima si era chiusa in casa: rimaneva a letto ventidue ore su ventiquattro. Celeste per fortuna non si perse d’animo, soprattutto grazie a Miranda che ogni giorno le portava un libro di qualunque genere. Di nascosto ovviamente. A loro era vietato vedersi, solo ogni due o tre mesi avevano il permesso di salutarsi. Riuscivano però a vedersi grazie al muro che divideva le loro stanze…e alla porta segreta! Ne possedevano la chiave tutte e due, entrambe appese al collo. Ogni pomeriggio ,alle quattro, quando i fratellini riposavano o facevano i compiti e i genitori erano entrambi altrove, Miranda andava a trovare la malata con un nuovo libro che comprava all’uscita da scuola.
Era immersa in questi pensieri quando sentì Gilda che suonava la campanella del pranzo: i suoi genitori dovevano essere tornati. Scese in sala da pranzo. La sua era una casa antica, costruita dal trisavolo: aveva tre piani e tanto tempo prima era stata veramente gigantesca. Poi, quando si dovette dividere per le due gemelle (la madre di Miranda e quella, defunta, di Celeste), si divise il salone al primo piano e la soffita, entrambi in due grandi stanze. Le due gemelle erano sempre state in camera insieme ed era per questo che era stata fatta la porta. Poi avevano deciso di chiuderla a chiave quando una delle due era deceduta. Quello che però i familiari tuttora ignoravano era che, chissà come, Celeste era venuta in possesso delle chiavi alla morte della madre, quando aveva sei anni. Le due bambine non ci avevano messo molto a capire a cosa servissero, nonostante la parete fosse completamente ricoperta di vernice, e lo avevano tenuto nascosto a tutti fino ad allora.
Attorno al lungo tavolo di legno stavano seduti i genitori, le sue tre sorelle e i suoi due fratelli. Il più piccolo, di soli otto mesi, stava seduto sul seggiolone a fare quegli incomprensibili versi che consistono nella “lingua dei neonati”.
“Ti stavamo aspettando. Perchè c’hai messo tanto?” chiese il padre con aria interrogativa.
“Ehm….pensavo foste ancora dalla vicina…a proposito: come sta?” chiese speranzosa di cambiare discorso…e funzionò. Eccome se funzionò! Lui si mise a spiegare ciò che era avvenuto alla vicina, e blabla….e quando ebbe finito erano ormai alla fine del lauto pranzo.
“Miranda, mentre Gilda sparecchia, potresti per favore aiutarmi a mettere a nanna Clara e Fabio?”. Clara aveva tre anni ed era la bimba più dolce che ci potesse essere mentre Fabio era il neonato che già si era nominato.
Sbrigata quest’ultima incombenza, la madre le fece le solite raccomandazioni: “Fai i compiti e controlla che li facciano anche i i tuoi fratelli più giovani. Di Isabella e Clementina non mi preoccupo ma sai bene che Giorgio…(E mentre parlava la madre, alle sue spalle lui si sbafava un enorme biscotto preso in cucina )…non è affidabile, controllalo costantemente”.
Detto questo, se ne uscì per riportare il marito al lavoro e fare la solita passeggiata digestiva.
Miranda, dei compiti delle sorelle e del fratello non se ne curò affatto e andò dritta dritta in camera sua a prendere il libro.
Il libro in verità quella mattina non l’aveva acquistato, come al solito, in edicola. Aveva fatto tardi per sbrigare un altro acquisto per sua madre e quando era arrivata all’edicola, l’aveva trovata già chiusa. Mentre imprecava con sé stessa per non essere arrivata prima, si era accorta che qualcosa brillava lì di fianco: era una scatola di latta lucidata alla perfezione e dentro… c’era un libro! Il titolo era . “L’Edicola Magica del futuro”.
Miranda la prese senza pensarci troppo, decidendo che l’avrebbe riportata il giorno dopo.
E così mentre era di nuovo immersa nei suoi pensieri, arrivò alla porta: si staccò la chiave dal collo e, dopo essersi accertata che non ci fosse nessuno in giro, spostò i vestiti appesi alla porta ed entrò con circospezione.
Si chiuse la porta alle spalle ed eccola, Celeste, i capelli raccolti in una lunga treccia, sdraiata sul letto che leggeva la rivista che Miranda le aveva portato il giorno prima. Le raccontò subito di come aveva trovato il libro e aprirono insieme la scatola di latta: estrassero il libro, lo aprirono…ma le pagine erano completamente bianche! Controllarono meglio una a una ma niente di niente!
Stavano cercando una spiegazione logica quando il libro si illuminò! Incredibilmente sulla prima pagina iniziarono a scriversi le prime parole: “EDICOLA MAGICA DEL FUTURO”.
E mentre sul libro apparivano le parole, dalla parete proveniva una luce fortissima, quasi accecante. Le due cugine si alzarono spaventate ma , poiché non succedeva niente, si avvicinarono. Miranda, la più coraggiosa, aprì la porta e…non potevano credere ai loro occhi: c’era un’edicola! In tutto e per tutto identica a quella in cui andava Miranda, quella del signor Giuliano. Solo che sembrava più grande, più antica e più piena di libri! C’era anche il signor Giuliano ma sembrava diverso: più allegro, più pimpante…”Entrate, cara Miranda e cara Celeste, benvenute nella mia Edicola Magica del Futuro!”. Le due ragazze erano esterrefatte: Celeste neanche si ricordava come era arrivata in edicola. Ma l’edicolante fu molto gentile: le regalò il libro più un sacchetto di strane caramelle, dicendogli:”Queste le prenderete se deciderete di dimenticare tutto. Molti lo fanno: conoscere il futuro potrebbe rivelarsi noioso…”
Si erano addormentate da poco quando nella stanza entrò il padre di Miranda: era venuto ad annunciare alla nipote che si trasferirà presto in un centro specializzato fuori città! Quando vede sua figlia, si bloccò di colpo quasi che l’altro genitore, il papà di Celeste, non gli andò addosso!
Le due ragazze allora cominciarono a raccontare: della porta, delle chiavi e della bizzarra avventura che avevano passato. ma più parlavano, più si convincevano che era stato solo un sogno…eppure non era un sogno! Ne ebbe la conferma Miranda, quando la mattina dopo passò davanti alla solita edicola e l’edicolante la fermò e le parlò:” Tieni,l’altro giorno hai dimenticato questa chiave”e gliela porse, strizzando un occhio. Lei gli sorrise sorpresa poi si girò e vide, nello stesso punto del giorno prima, un luccichio argenteo. Guardò il signor Giuliano e ricambiò l’occhiolino!

Pensieri sconnessi di A. Fontanesi

9 Gennaio 2016|Categorie: Contest|

Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicola: Edicola Libreria Estense di D’Alessandro Elisa – Baggiovara fraz. di Modena (MO)


a mio padre

Ricordo quella volta che venisti a prendere una limonata nel bar dell’ospedale. Eravamo io e te di fronte nel tavolino del bar, poche parole, ma abbastanza. A fatica accettavi simili inviti, che io ogni tanto ti tentavo, di offrirti un caffè, od altri similari mercanzie, non certamente per sdegno, da persona umile quale eri, ma quasi a significare, mutamente, che è il padre a dare tutto al figlio, oltre la vita naturalmente, non il viceversa.
Quella volta bastò, con intesa di poche parole, ma sufficienti, simboliche di tante occasioni, ad avvalorare quella mia offerta, a rendicontare con la tua presenza che stavo lì con te, come un gesto di affetto e rispetto, di me a te, stavolta davo io a te qualcosa.
Andammo poi in edicola, là vicina, che volevo leggere le news negli striscioni appesi, tu silente, poiché non eri molto abituato alla lettura dei giornali.
Mi appare poi, da quel giorno, sfumato. Osservo immagini di antiche fotografie, sali d’argento sulla carta, sui quali si crea l’immagine dalla luce, ma che successivamente l’esposizione alla luce sfoca nel tempo. è la tua immagine, fioca, in quell’aèrea nuvola illuminata dal sole, al termine della tua vita, che narravi di avere sognato in vita.
All’indomani, dell’appuntamento al bar, dopo quella limonata, che bevevi taciturno, come un tuffo in un profondo abisso, acqua salmastra di un mare che ha lambito per un istante la nostra casa, ed un colpo d’intima angoscia, scomparivi. A giugno, quando il primo caldo segna l’estate colmo di antico sogno, quando della Repubblica torna il ricordo. Quando avvenne, tutto, incidente, che ti trovò da solo in strada, con la piccola automobile tua, ferita, sepolta, tuo intimo sepolcro. Automobile contro automobile, strade di ferrei destini, crudi, uomo scontra uomo. Quel tuffo, ti portò via, come un sentiero profondo che inseguivi, giù nel fondo di un mare nero, là andavi.
Allora babbo, cosa avresti detto l’ultima volta che ci saremmo incontrati? E tu, ragazza che incontro per strada, cosa avresti detto a mio padre? Io cosa avrei detto a voi? All’edicola, accanto al bar, che notizie avremmo letto?
Sono, padre, le ultime parole, che non ho saputo e non saprò mai. Quelle non dette, che contano, che hanno importanza più delle mille che si sanno.
Camminavo con te per le vie del centro città, inseguivo il filo delle piastrelle sul marciapiede, tentando, in equilibrio su un passo dopo l’altro, fra piastrelle sconnesse, di inseguire percorsi immaginari. Luoghi ove nulla è mai detto, niente è per sempre. Sorse d’improvviso un dubbio, di pensieri sconnessi, udire voci di un melodia che non è mai stata. Forse voci di un canto oscuro. Nel sole d’estate, quando il riflesso sulla piazza lontana, mostra un estremo chiarore di luce confusa, bianca, che pare un mare urbano. Mare, che ondeggia, sussulta, a volte eco di folla immensa, inghiotte, sparisce.
Ricordo, vorrei dire, quando le parole di un discorso, le lettere, i caratteri, ti appaiono sfasati, emblemi di pensieri sconnessi. Si ascoltano voci di una melodia che vorresti dire, ma come in sogno, quelle parole sono solo una pellicola muta, soltanto raffigurazione, di un parlato che solo infine sarà stato.
Così è una vita che non è più, parole di un discorso interrotto, parole di un linguaggio sconosciuto, scomposte. Mi appari ora con nitidezza.
Cammino in una città variegata, dove incontrare strade, che ti portano ovunque, dal centro alla periferia, dalla periferia al centro, dal nord al sud, da sud ad ovest, da ovest all’est; negozi che circondano, manifesti, volti noti, nuovi, o affollati. Affollamenti, al mercato, nei bar, per piazze. Edicole che si trovano, sempre, sparse, ovunque nelle dimore dell’uomo.
Basta un cenno a darsi un saluto, a farsi chiacchere al bar, alzati all’edicola del borgo, chat dei tempi moderni, rivivere come all’uomo antico, dargli le genti, dal vivo, privarlo delle reti elettroniche e computer.
Eppure, volto amico, di antica memoria, sapresti dire ciò di cui abbiamo parlato?
Non della politica, del tempo che fa. Nel dubbio di affanni e gioie familiari. Le cose rimangono lì, immobili. E sentimenti che impazzano. Sentirai le cose a modo tuo. Ciascuno con una cosa. Emozioni uniche con affari personali.
Ricordo da bambino, quando andavo a quelle strane case di parole, edicole che incontravo per strada. Case già dei tempi antichi, ora dei moderni. Allora le incontravo sulla via per la scuola, che in seguito diverranno autostrade da città a città.
Andavo ai segreti di giochi nascosti fra le pieghe di carta, con le mani a cercare, fra mille edizioni, libri, giornali, le mille parole.
In seguito, amico, avresti imparato che le mille parole non bastano.
Allora quale il mistero, l’emozione riposta dentro di te, casa di parole, edicola amica di mille discorsi?
Cerco il tempo presente, ma non lo trovo. Forse nel passato prossimo, o nel futuro immediato. La verità, nessuna di quelle parole è quella giusta.
Le mille parole, discorsi sparsi nelle pieghe di una città. Frammenti di un racconto che vorresti dire. Intendi intentare ma viene intesa di sillaba muta.
Quando in una pellicola di un cinema primordiale, pura luce di una lanterna riflessa in un mare di celluloide, teca di archivio storico, il sonoro è sfasato da immagini, o film muto che le didascalie non rappresentano voci e conversazioni.
Trovi sconnesse parole dentro un cammino di città, sfasate riferimenti, di strade, negozi, bar, piazze, volti, folle. Urne di pensieri sconnessi, che nessun sacerdote avrà mai celebrato.
Ma il mistero rimane in te, edicola amica, di essere fonte di mille discorsi, eroiche dimore, parole di un fiume, origine, che sparge il verbo nelle strade di una città, seme sconosciuto di frammenti, di piazze, di folle.

Torna in cima