La grammatica dell’edicola di M. Bartoli
Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicolante: manzini davide viale verdi 74
L’edicola di Davide Manzini è in viale Verdi n.74 a Modena.
L’edicola: soggetto ( che cosa?).
E’ una tappa obbligata per chi vuole continuare a provare il piacere di informarsi sfogliando giornali cartacei che, freschi di stampa, sanno di buono; per chi desidera scambiare due opinioni sui fatti del giorno con l’edicolante, prima o dopo una passeggiata in centro e una sosta al bar; per chi non vuole rinunciare a un punto di riferimento dove incontrare amici e conoscenti.
di Davide Manzini: complemento di specificazione ( di chi?).
Il complemento precisa che l’edicola è di Manzini Davide, l’edicolante. Non dice che Davide è un giovane riservato, gentile e divertente con il quale è sempre piacevole scambiare quattro chiacchiere… Questo lo dico io.
è: predicato verbale.
Il verbo dice che l’edicola si trova proprio lì, dove è da anni e dove tutti ci auguriamo che resti per tanti anni ancora.
in viale Verdi 74, Modena: complemento di luogo ( dove?).
E’ una via a due passi dal cento, a quattro passi da casa mia, comoda da raggiungere sia a piedi sia in bicicletta. Il luogo è gradevole e interessante perché ci sono bar, negozi vari, tigli profumati in primavera, ma soprattutto perché c’è l’edicola, l’edicola di Davide.
Scrivere sui muri di A. Bertoni
Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicolante: Davide Manzini, viale Verdi
Sopravvivono i cani da slitta
e Non credo in niente è la sigla
sul muro che sembra una bibbia o
Le parole non hanno dimora
Il mondo è buio
sotto il portico fascista
e per tutto viale Verdi
unica luce è l’edicola
Fossi ancora il poeta di me stesso
Forza Modena solo e sempre
sarebbe la mia scritta
Ore 07:00 antimeridiane di G. Rossi
Comune: Carpi
Provincia: Modena
Edicolante: Cavazzoni Gloria – Via Lago D’idro n.7, Carpi
Ore 07:00 antimeridiane.
“Cosa diavolo sta succedendo? Chi ha azionato questi terribili suoni metallici e da dove…? Chi sono io e perché mi trovo in questo coso…? Cosa…? Chi…?”.
Come ogni mattino al suono della dolce Martella, la sveglia della nonna con carica a molla, tic-tac ad 80 watt in uscita e minacciose campane tibetane posizionate sulla parte alta a mo’ di sentinella, Glauco Mazzi (Glauco: color del mare. Avventuroso e spesso temerario. – Manuale delle Giovani Marmotte -) apriva le danze al nuovo giorno.
La gamba sinistra, superata la china della destra, si avviava lentamente verso il vuoto; le braccia cercavano appoggio nello spazio delimitato ed il capo, discreto testone, lavorava in regìa ad imitare Fellini. Vacillava un po’ per ritrovarsi poi seduto, incolume, con l’unica necessità sanitaria, che solo il bagno nelle vicinanze poteva assecondare.
Totalizzata la bellezza dei cinquanta nel punteggio della vita, ogni mattino il rituale si faceva sempre più esoterico. Poi, l’acqua fresca, il dentifricio orribile e la pisciata chilometrica riesumavano quel corpo lievemente martoriato.
Amava il cappuccino e la brioche, quindi usciva alla ricerca del bar meglio provvisto di fragranti e dorati cornetti caldi mentre dava una sbirciata generale ai quotidiani.
Era la sua passione, non i giornali in sé, ma la lettura. Curioso e morboso, l’informazione della prim’ora fungeva da apripista per le discussioni che magari lo avrebbero visto protagonista ogni qualvolta un malcapitato finiva tra le sue grinfie.
Credeva ormai di aver capito tutto, dalla nascita dell’universo fino alla costruzione della storia dei popoli ed inequivocabilmente nulla gli era più sconosciuto.
Aprendo i quotidiani, ne comprava tre almeno, si ritrovava a commentare ad alta voce persino le pubblicità. Chiaramente la pluralità dell’informazione ottemperava allo scopo di formarsi un giudizio, così sosteneva, da più livelli economici. A lui servivano articoli da giornalisti pagati molto, meno e molto meno. La media di questi parametri, a suo avviso, dava la sensazione di ritrovarsi più vicini alla verità. Ma le particolarità del Mazzi non erano comunque tutte lì.
Ed ora l’edicola, altro Totem di valore assoluto. Non gli bastava il solo acquisto: occorreva che l’edicolante fosse pronto al dialogo forbito, e il ritrovarsi ogni mattina con una folla eterogenea dalle opinioni distanti, o addirittura contrarie, cosicché il conflitto era garantito. La discussione animata gli arrecava un piacere indefinito.
Con lo stomaco farcito, saliva così sull’auto low-cost alla volta della rivendita. La radio super-low-cost riceveva bene solo Radio24, l’economia a go-go, costringendolo ad immergersi tra tematiche di tipo contabile e sociale. Il conto in banca del resto, anche lui molto low, lo rendevano pure un pochino sensibile a quelle storie che riguardavano le pensioni di anzianità, vituperate agognate mete, ormai allontanatesi nel tempo grazie a politiche para-simpatiche di precedenti governi.
Ma ecco che Gloria (zero notizie dal già citato Manuale), cordiale ed innocente edicolante di comprovata fiducia, al solo arrivo della bianca vettura infilava la giacca a vento, anche se poi tanto freddo non c’era. I brividi invece sì.
Saluti e convenevoli si sprecavano, i denti apparivano in tutto il loro splendore fino al punto che, all’apice dell’apertura labiale, si intravedevano parti di lontane tonsille.
Ma, all’eventuale fatidico “…come non è uscito?!”, ecco che le bocche si contorcevano oscenamente. Tutto da rifare.
Gloria passava immediatamente al computer, o così sembrava, e dichiarava di essersi messa repentinamente in contatto con l’editore affermando, discolpandosi, che avrebbe fatto il possibile per rintracciare l’amatissimo feticcio. L’ansia da prestazione invadeva il chiosco.
In tal delicato momento se un avventore inconsapevole entrava, magari sbuffante, Mazzi, scambiata una rapida occhiata di assenso con l’esercente, permetteva di essere scavalcato. In attesa di notizie, guai se non positive, tergiversava tra le mille pubblicazioni.
Ascoltava ed osservava il tutto con un sorriso tirato, come a dire “…ti ho lasciato passare ma sbrigati!”. Succedeva però, il più delle volte, che commenti ai titoli dei quotidiani venissero rivolti anche nella sua direzione, naturalmente stereotipati ed approssimativi, che altro non facevano che mandare in bollore la pentola a pressione. La sua pentola.
Eccolo allora partire all’attacco armato di tutto punto, sbobinare informazioni e commenti molto più “dentro la notizia”, consigliare letture e raccomandazioni del tipo “…ma almeno lo ha letto tutto l’articolo?”, e via così fino al punto che l’intervento salva-cliente di Gloria non lo riportava sulla terra.
Con solo un timido e flebile accenno d’imbarazzo, il Mazzi salutava poi il fuggiasco e si scusava ringraziandolo per avergli permesso di esprimersi così a fondo. Ruffiano.
Ma il nostro personaggio non si limitava ad esternare il proprio bagaglio esclusivamente fuori casa. Betty, inflazionato diminutivo di Elisabetta, aveva avuto la grande fortuna di esserne la figlia.
Fin dalla tenera età la riempiva di regali rigorosamente cartacei sotto forma di fiabe, fumetti, riviste per ragazze e quant’altro, purché si insinuasse subdola quella passione di cui anch’egli era vittima.
Ella in effetti crebbe in modo discretamente armonico, salvo il fatto che ogni qualvolta si approcciava agli amici le conversazioni prendevano quella piega semi-intellettualoide che stralunava gli addetti alla post-adolescenza. Ed uno strano sconforto, sottile, serpeggiava tra le pieghe della sua in realtà basica forma mentis.
Mazzi tuttavia era convinto di essere un padre modello, anzi, neanche si era mai posto il dubbio a dire il vero.
Tra le tante curiosità, c’era il fatto che il lavoro che faceva si occupava proprio della carta. Da più di un ventennio lavorava sulle macchine da stampa, mestiere quasi artistico dal glorioso passato, tanto che spesso amava dire: “Sarà una malattia? Dovrei incendiarla questa carta e invece gli ho eretto un tempio…”.
In verità l’incendio lo avrebbe fatto volentieri accatastando i colleghi, loro sì, scevri di ogni afflato culturale ed amanti della sola cartamoneta. Aveva così tanto mal digerito il fatto che la parola Lehman & Brothers non evocasse nulla tra quelle meningi, che tramava di riempire la macchina del caffè con liquidi di scarto di origine naturale. Lui, dalle attitudini artistiche, si era letto un libro quasi profetico sulla caduta dell’economia mondiale, ma, disdetta, era amministrato da chi teneva i conti dai social network.
Anche questo fatto deponeva a favore della letteratura, infatti il libro in questione, “La grande depressione del XXI secolo” dell’americano Harry S. Dent Jr., lo aveva trovato recensito sull’inserto domenicale di un noto quotidiano. “La gente non legge nemmeno le istruzioni dei medicinali…” esclamava tra sé a volte, ed inveiva contro la televisione rea di aver contribuito a suo parere ad impigrire i cervelli rendendoli gelatinosi. Ma per fortuna, come sempre, ogni cinque giorni arrivava il weekend.
E rieccolo il sabato fare una capatina tra le librerie e le fumetterie cittadine.
Sotto sotto, custodiva gelosamente la propria fanciullezza, tanto che alle volte gli amici, incontrandolo, gli rammentavano dell’esistenza dell’universo femminile. “Donne? Questo termine mi dice qualcosa…”, finiva lì il discorso cambiando argomento. La domenica poi, come nel gioco dell’oca, tornava alla partenza, cioè al magico chiosco distributore di ghiotti prodotti stampati, che lo proiettavano sul dopo pranzo in colte pantofole, rigenerando a suo dire tutto ciò che di sgradito aveva ingoiato nella settimana. Era pur vero che, in tempi recenti, i giornali non riportavano proprio bellissime notizie, ma il semplice fatto di non dover sopportare volti televisivi a dir poco stucchevoli, rendeva tutto meno angoscioso anche se reale.
Tornando sul sociale, nella psico-edicola di Gloria veniva affrontato anche il rapporto tecnologia e giovani d’oggi. Con assoluta noncuranza Mazzi forniva dritte di tipo educativo, forte del fatto che a partir dalla titolare, e da una cospicua presenza matriarcale, la tematica era sentitissima.
“…A me basta solo aver la pancia piena di Guinnes e del resto non me ne frega un birillo!”, una frase sentita da un collega trentenne gli dava modo di impensierire le avventrici al grido di: “Badate bene di insegnare ai vostri figli come si vive o mi sa che, slegati da tutto, si trasformeranno da umanoidi a botticelle di rovere…”.
E via alle cascate di prove d’innocenza che la frase scatenava, corredata da probi esempi illustrati quasi in modo corporeo, senza dimenticare l’accusa al malcapitato vicino che, lui sì, sbagliava veramente coi figli.
Insomma, e per farla breve, in quel chiosco succedeva proprio di tutto. Se accadesse anche prima della comparsa del Mazzi non è dato sapere, fatto sta che ciò rendeva così vivo e vitale quel luogo compresso che un quesito sorgeva spontaneo: se per caso tra i clienti fosse transitato Marc Augè, come lo avrebbe descritto? Sicuramente non poteva far parte dei non-luoghi, anzi, potremmo azzardare, era senza dubbio solo un Bel-Luogo.
La signora dei giornali di N. Busati
Comune: Maranello
Provincia: Modena
Edicolante: Giovannini Graziella – Edicola Giovannini Graziella Via Statale 152 – Fiorano Modenese
La signora Pia faceva la giornalaia ormai da trent’anni. Era una donnetta dal sorriso amabile e confidenziale. Aveva in sé la virtù della saggezza e una qualità innata di buona consigliera. Nel suo negozietto sulla via Statale a Spezzano di Fiorano Modenese, era sommersa da libri, settimanali, stampe, carte di ogni genere, articoli da regalo, bigiotteria e altro. I clienti erano molti e tante volte richiedeva l’aiuto del marito, che oltre al mestiere di rilegatore, dipingeva nelle brevi pause consentite. Per tutti la signora Pia aveva una buona parola e buoni consigli positivi. Aveva instaurato un rapporto amichevole con tutti, pure coi clienti che venivano dai paesi circostanti e che avevano trovato lavoro nelle grandi industrie ceramiche da poco inaugurate. Accostavano la vettura, compravano il giornale e in quei brevi attimi di sosta, parlavano del tempo, del mondo politico, degli alti e bassi della borsa e anche d’arte musica e spettacolo. La signora Pia era veramente una fonte d’informazione e Giovanni, un giovane tecnico sui trent’anni, passando quasi ogni giorno aveva instaurato amichevolmente un bel rapporto quasi famigliare anche col marito Alfonso. Parlando del più e del meno Giovanni aveva confidato che gli sarebbe piaciuto farsi una famiglia, ma che fino ad allora aveva avuto molte delusioni.
“Dovresti frequentare con gli amici qualche sala da ballo” – Giovanni le rispose che i luoghi troppo rumorosi lo innervosivano e che preferiva andare al cinema o in qualche biblioteca a sfogliare libri di storia e di arte in genere. La signora Pia vedendolo incerto e molto serio un giorno lo invitò a sfogliare una moderna rivista per cuori solitari e Giovanni incuriosito seguì il suo consiglio- Comprò la rivista e a casa si dilettò a leggere tutte le proposte e le richieste che il mensile elencava.
“Grazie signora Pia! – le disse un mattino – penso di aver trovato qualche proposta che mi ha incuriosito.”
“Mi raccomando, cerchi di restare tranquillo perché lei è ancora giovane e se non andrà bene questa volta, potrà sempre riprovare più avanti! Auguri!”
Nella verità, pensava la signora Pia, prima che scocchi quella scintilla che ci vuole da ambo le parti, occorre conoscersi meglio!
Era serena, nell’aver dato un buon consiglio a Giovanni. Se non altro, aveva acceso in lui, timido e riservato, quel desiderio che occorre per rompere con la monotonia e la solitudine che rovinano l’anima e impoveriscono la fantasia. In Giovanni infatti stava nascendo la curiosità di questo incontro e non lo aveva accennato a sua madre, unica parte importante della sua esistenza, per non impensierirla e per non riascoltare per l’ennesima volta, l’unico consiglio che era in grado di dargli:
“Caro figliolo, sei giovane e quando arriverà quel momento te ne accorgerai da solo. Oggi le donne non sono più come ai miei tempi. Hanno il lavoro. Sono indipendenti e non se la sentono di legarsi per la vita per un uomo, come ho fatto io con tuo padre! Abbi pazienza e vedrai che verrà anche quel giorno!”
La madre vedova da una decina d’anni viveva esclusivamente per questo unico figlio in questa ormai abitudinaria atmosfera senza volersi intromettere nelle scelte e nei problemi di cuore del figlio, forse un po’ per gelosia e anche per un filo di egoismo materno. Per Giovanni però, arrivò la famosa giornata di questo incontro. Era iniziata subito con qualche disagio. Il cielo era tutto coperto e non prometteva niente di buono. Si era alzato presto per dare una occhiata generale alla vettura. Stava per cominciare a pulirla tutta con acqua e detersivo, quando dal cielo incominciò, prima adagio e poi con furia un acquazzone coi fiocchi. Ritirò la vettura nel garage e continuò la pulizia sperando che il tempo si rimettesse al bello, ma non ci fu verso. Sua madre lo chiamò. La colazione era pronta. Divorò il panino e bevve un poco di latte. Corse in bagno e preparò la schiuma e il rasoio e si fece la barba. La pioggia imperterrita batteva sui vetri portata con furia dal vento pazzo d’aprile. Oggi era un giorno importante per lui e avrebbe desiderato il sole. Chissà, si sarebbe sentito più sicuro, quasi aiutato…… Davanti allo specchio guardò la sua faccia leggermente pallida, le occhiaie scure sotto gli occhi e si sentì nervoso, come in definitiva lo era stato quasi tutta la notte. L’incontro doveva avvenire a mezzogiorno preciso al ristorante “Due fiori”, in una località montana nell’appennino reggiano. Quasi per scaramanzia, o chissà per il grande desiderio di questo incontro, andava ripetendosi le parole lette sulla rivista che rispondevano alla sua richiesta, in questo modo:
– “trentenne, giovanile, operaia, vedova con figlia di sette anni, cerco uomo, comprensivo, onesto, per formare nuova famiglia….”.
Queste parole, gli dondolavano in mente da diversi giorni e le aveva confidate alla signora Pia. Come una seconda mamma lei gli aveva suggerito di ascoltare molto e non fare troppe promesse. Prima di tutto era importante constatare la sincerità della persona e crearsi una sana amicizia.
“L’amore – andava dicendo la signora giornalaia – l’amore, quando è vero amore, nasce prima dall’anima, poi sboccia dentro al cuore!”
Mentre pensava si radeva. Voleva canticchiare, ma non gli usciva una sillaba. La gola era secca e la mano gli tremava. Si tagliò sulla guancia. Imprecò. Si lavò e si disinfettò. Si asciugò. Sua madre aveva visto fin dal mattino un certo nervosismo in lui, ma non si azzardava a chiedergli nulla per non pendersi una rispostaccia. Però, quando Giovanni la chiamò a gran voce per chiederle quale camicia avrebbe dovuto mettersi, lei gli andò vicino e gli chiese:
“Vai fuori oggi? Ma hai veduto che tempo? – Sì vado fuori! E non dire che ho tutta la cantina da riordinare. Lo so già, perciò stai tranquilla che ci penseremo….sì, ci penseremo..!”
Sua madre si strinse nelle spalle e tornò borbottando in cucina. Giovanni guardò l’orologio. Erano già le 10,10. Sentiva crescergli l’agitazione e allacciandosi l’ultima scarpa, prese dall’armadio l’impermeabile, urlò un saluto a sua madre e come un fulmine salì sulla macchia e s’avviò. La pioggia batteva rabbiosa portata a scrosci dal vento. Accese la radio e cercò della musica, ma la musica non gli piacque e la spense. Provò ad accendersi una sigaretta, ma dopo due boccate, la schiacciò nel portacenere. La visibilità era scarsa. Non poteva andare a più di settanta Km/ora…Le macchine andavano tutte adagio. Pareva che tutto fosse contro di lui. “Farò tardi – si diceva – farò tardi! Bella figura però! La prima volta che ci si vede…paffete, la pioggia, un taglio da macellaio sulla guancia….e … il ritardo! Peggio di così!” Si andava tormentando guardandosi nello specchietto retrovisore per controllare se il sangue della ferita si era coagulato. Aveva già iniziato la salita verso la zona montana che l’avrebbe condotto al paese prescritto, quando sentì una gomma a terra. Non credeva alle sue orecchie. Cercò un riparo, perché l’acqua non aveva cessato di cadere e si accostò ad una casa di contadini, adagio, adagio. Erano già le undici e venti e mancavano una trentina di chilometri. Si sentiva scoppiare, ma cercò di contenersi e chiese ai padroni di casa se poteva ripararsi sotto il cascinale per cambiare la gomma. Furono gentili e l’aiutarono. Ritornò sulla strada con mille pensieri e mille domande:
– “Ci sarà? Se ne sarà andata? Avrà trovato anche lei difficoltà? Perché poi aveva deciso un luogo così lontano per il loro primo incontro?” –
Tutte queste domande se le poneva guidando ad una velocità sostenuta , nonostante la strada fosse un po’ pericolosa. Era tanta la voglia di conoscere questa donna. Aveva tanto sognato questo giorno e ora, dopo poco più di un’ora, la sua curiosità sarebbe stata appagata. Tutto avrebbe avuto un inizio, una continuità, o una fine! Certamente, lui pensava con grande ottimismo che questo incontro avrebbe portato ad una lieta conclusione. Nell’andare pensava ai tempi di lavoro che fino allora glia avevano dato poco spazio per fare nuove conoscenze. Le poche ragazze che aveva conosciuto, non avevano accettato il compromesso di entrare in famiglia, per via di sua madre. Lui non si era dato pensiero, finché finalmente non gli era nata la necessità…. Voleva una donna. Un essere tutto per sé, da amare, da sentire vicino. Voleva qualcuno con cui dividere problemi e gioie per non sentire più il vuoto e lo sconforto nei momenti in cui si sentiva solo…. Ora stava volando e moderò la velocità, perché le curve diventavano sempre più pericolose. Salendo le nuvole si erano diradate. Un tiepido sole riscaldava tutto. La pioggia cessò. Vide a pochi chilometri il paese, tra vapori di nubi e raggi di sole dorato…. Sentì il suo cuore battere sempre più forte e andava bisbigliando a se stesso:
“Finalmente, finalmente!” – quando guardò l’ora erano le 12,30 – “Mezz’ora di ritardo! Spero proprio che mi abbia aspettato. Non è poi per colpa mia, se il tempo è stato indiavolato fino ad ora!”
Pensando a queste cose si avvicinò al ristorante “Due fiori”. Accostò la macchina vicino al marciapiede. Guardò tute le vetrate del ristorante. Non vide nessuna donna vestita di lillà. Si sentì male. Prima di scendere si riguardò allo specchietto. La ferita gli parve ancora più larga e più rossa. Prese coraggio, agguantò il soprabito ed uscì. Si guardò intorno e vide poco movimento. L’ora di pranzo era già suonata, ma non sentiva fame. Sentiva soltanto una gran morsa allo stomaco che gli toglieva la voglia di mangiare. Il ristorante era ormai a due passi. Dietro il vetro della porta di entrata, apparve una donna vestita di lillà. Giovanni la guardò. Impallidì. Si fermo. Lei sorrise, arrossendo. Lui si sentì come un papavero.
“Il mondo è piccolo”. Pensò. Questa donna lavora nella stessa ditta dove lavoro io e non l’avevo mai vista così carina!” Che coincidenza – anche lei pensò – si vive per anni nella stessa fabbrica e non ci si impara mai a conoscersi!”
Lei aprì la vetrata e lo invitò:
“Signor Giovanni, lei è quello della rubrica, vero? – Si, sono io signora Miriam! – E’ strano disse lei – a volte si è tanto vicini, come noi sul lavoro, ma non abbiamo mai il coraggio di aprire il nostro cuore agli altri. Forse perché temiamo che gli altri ridano alle nostre spalle! Sì, è vero – rispose Giovanni rasserenandosi – non mi sarei mai aspettato una sorpresa migliore e per scusarmi del ritardo involontario, andremo subito a tavola!”
Ora tutta la tensione si era dissolta. Si sorrisero e s’incamminarono verso un tavolo. Assaporando un buon bicchiere di lambrusco e aspettando che il cameriere portasse in tavola il primo piatto, cominciarono a raccontarsi in un’atmosfera serena e quasi amichevole. Il vento portava oltre i monti, bianche nuvole galoppanti. Il sole rideva di tutto e di tutti, riscaldava le tenere primule nei vasi del davanzale del ristorante “Due fiori”. Nella mattinata del giorno dopo, Giovanni entrò nel negozio con un bel mazzo di gerbere di ogni colore, sorridendo e ringraziando la signora Pia.
“Grazie – gli disse – sono sempre disponibile per rinnovare gli auguri che merita, caro signor Giovanni!”
La signora dei giornali l’abbracciò commossa e continuò:
“Mi tenga informata, se vuole! Nel mio negozio, l’amore è sempre per tutti al primo posto!”
Da l’edicola un salùtt di T. De Pietri
Comune: Carpi
Provincia: Modena
Edicolante: Carlo Barbieri, Edicola Punto Giallo – Via Cavalcavia 3 , Budrione di Carpi
L’ediicola gràanda o cìcca ch la sia àn fa gnìint,
a gh è sèemper dla gìint,
mo chi la gestìss àll rabìss,
l è un mistèer fadigòos e impegnatìiv per tàant motìiv.
L è te ch poo catèer di lìbber, giornèe, sòogh,
ricàarghi per àll telèefon.
Insòmma ùnn poo de tutt,
i s leeven prèest per àll ritìir di giornèe,
sèemper presèeint,
anch cùnn acqua, sòol e vèeint.
A gh n è èd tutt i tìip, cìcchi, graandi,
in dal frasiòun o in sitèe
e i vèenden de tutt per la comunitèe,
a càala sool chi gh e dmaanden, tigèeli gnòoch e afetèe.
La gestiòun la servìss puvrètt e padròun,
dònni, òmm, ragasòo,
tutt àl tèeimp e d l’àan, cuuma si fùssen di fiòo.
Mètt via i lìbber per la scòola, i zàaino, àll matiiti,
àll biiro, i quadèeren, àll cartèeli, i culòor,
tut quèll chi vòolen loor.
impgnèe come di sàant,
mo pùrr sèemper edicolàant…
La casa dell’arcobaleno di G. Grambone
Comune: CASTELFRANCO DELL’EMILIA
Provincia: Modena
Edicolante: Edicola Ferrari, via Emilia, Modena
Ricordo la prima volta che vidi il chiosco dei giornali, in via Emilia poco distante dalla Ghirlandina. Era una domenica di ottobre ; io e mio padre passeggiavamo per il Centro di Modena. Non faceva freddo, ma una nebbiolina umidiccia offuscava il cielo; i palazzi mi sembravano tutti grigi, sporchi di fumo, e grigia era anche la strada, e la gente che passava stretta nei loro loden o gabardine. Poi d’improvviso, dopo la penultima arcata del portico, ecco comparirmi dinanzi una casetta . La Casa dell’Arcobaleno, l’aveva chiamata mio padre. Era l’edicola dei giornali che aveva le pareti di vetro tappezzate di riviste colorate . Dall’unica finestrella un signore s’affacciava e sorrideva alla gente che passava.
Mi metteva allegria; quel giorno scelsi il mio primo giornalino, un fumetto di Soldino. Dimenticai per diversi anni quell’episodio; mi tornò alla mente tempo dopo, da grande, quando decisi, imprevedibilmente, di rilevare l’attività. Sapevo che non sarei diventato ricco, però era come avere una casa in Centro Storico; entravo nel chiosco alle cinque del mattino e me ne andavo alla sera, verso le sette.
Il furgone scaricava i quotidiani a margine del marciapiede. A quell’ora non c’erano auto; qualche autobus, il camion della nettezza urbana; i taxi dormivano nella piazzetta; sentivo l’aroma del caffè giungere dal bar vicino e il sentore acre del toscano del primo passante, il ragionier Palmieri, che portava a spasso il cane. Le poche voci isolate della strada a quell’ora si potevano contare . Salutavo Dante lo spazzino, il barista e il fornaio, Gino la guardia notturna che in bicicletta rientrava a casa. Poi pian piano la via e il portico si animavano; impiegati, studenti, commercianti, fattorini, questurini e carabinieri, “pulismani”, i piccioni, i gatti e qualche cane randagio. Poco prima che tutto questo accadesse, Cavariana il vagabondo che dormiva sotto il timpano della chiesa, arrotolava il suo giaciglio formato da un cartone e una vecchia trapunta e si metteva a sedere sotto il portico con la schiena appoggiata a una colonna a masticare pane e vino ; di lì a poco avrebbe il teso cappello ai passanti . Più tardi, lungo quel segmento portico, giungevano anche gli zingari. Fu una domenica mattina di un giorno di primavere che vidi per la prima volta Kalheb; doveva avere circa dieci anni,forse meno; era più basso della sua età, capelli corti e neri, viso olivastro, occhi neri e vivaci; le scarpe erano consumate, con spago al posto dei laccetti, un paio di blue jeans luridi e strappati sulle ginocchia; era solo e chiedeva l’elemosina ai passanti. Non era il primo zingaro che mendicava in zona, ma lui lo notai perché aveva un sistema tutto suo per convincere la gente a sganciare una moneta. La gente che passa sotto il portico ha fretta e guarda dritto davanti a sé, lui restava al di sotto della linea dello sguardo dei passanti; allora si attaccava ai lembi dei cappotti o delle sottane e se non otteneva ciò che voleva mollava dei gran calci agli stinchi della persona insensibile. Era un bambino e quindi la maggior parte delle persone si limitava a gridargli dietro degli improperi e a massaggiarsi la parte dolente. Finchè un giorno la vicenda non andò in modo diverso. Stavo sistemando le riviste nella vetrinetta di destra quando sentii delle urla provenire dalla strada. Vidi un uomo sui cinquant’anni che teneva per il collo il bambino, con una mano l’alzava da terra e contemporaneamente faceva partire un calcio nel sedere del bambino, che si alzava come fosse seduto su di un’invisibile altalena . Si era formato un capannello di persone; alcuni dicevano che una lezione gli sarebbe servita e che se l’era cercata, altri, per lo più donne, cercavano di smorzare l’ira dell’uomo.
“ Ma la finisca! E’ solo uno zingarello! Ma si vergogni! Sta esagerando! Lo vuole uccidere!”
“ E no, non smetto fintanto che non gli rifilo un calcio nel sedere per tutti i calci negli stichi che mi ha dato…il delinquente ladro”
Uscii in strada; conoscevo più o meno tutti; mi guardai attorno: non c’erano vigili né poliziotti. Non avevo mai nutrito una particolare simpatia per i nomadi, ma quello dopo tutto era solo un bambino.
Notai che lo zingarello era tutt’altro che annichilito; cercava di restituire come poteva i calci ricevuti; mi meravigliai che conoscesse tante parolacce e imprecazioni e soprattutto non rinunciava a lottare.
Mi feci largo tra la gente. Non so come riuscii a aprire la mano dell’uomo stretta attorno al collo di Kalheb.
“ Di che t’impicci giornalaio”
“ Non fare il cretino è solo un bambino; mettiti un cerotto dove t’ha mollato il calcio basta!”
Mi mandò a quel paese; forse stava per aggredire anche me; poi vide la gente tutt’intorno che in quel momento lo fissava senza parlare; sputò per terra , diede un calcio alla colonna del portico e si allontanò maledicendo ogni cosa.
Quando mi girai il bambino non c’era più; qualcuno ancora si intratteneva a commentare il fatto; ma non per molto; i capannelli si sciolsero e pochi minuti dopo la gente riprese a passeggiare tranquillamente sotto il portico, come sempre.
Era trascorsa non più di un’ora; ero intento a sistemare un pila di quotidiani da rendere, quando vedi due occhi affiorare da sotto la finestrella dell’edicola.
“ Questa devi averla persa tu …”. Era proprio il piccolo vagabondo, cacciatore di “stinchi”.
Tra le dita stringeva una catenina col crocefisso in argento. Mi toccai il collo; era proprio la mia.
“ Me l’hai fregata tu scommetto?!”. Non volevo passare per fesso.
“ Al diavolo – disse – tutti uguali voi Gaggi; siccome sono uno zingaro debbo per forza rubare. T’è caduta mentre ti azzuffavi con quel grosso deficiente lardoso”.
Guardai quella faccia troppo furba per me. Era un bambino , ma parlava come un giovane scapestrato che conosce il mondo . Nelle tasche dei jeans spuntavano il manico di madreperla di un coltellino e una fionda.
“ E’ tua la baracca ?”
“ Già” gli dico e riprendo il mio lavoro.
“ Volevo ringraziarti per esserti messo in mezzo… insomma per avermi difeso; non capita quasi mai”
“ Tu però te le vai a cercare; e passi che te ne vai in giro a chiedere l’elemosina, anziché essere a scuola; ma prendere pure a calci la gente … è una bastardata”
“ Mi prendi in giro!? Mi parli di scuola…La mia scuola è qui sulla strada; sulla strada ho imparato molte più cose di te; so tre lingue e capisco quando uno mi vuole fregare. Se non te ne fossi accorto sono un Rom, mi lavo nel fiume, d’estate come d’inverno, piscio lungo i fossati e la mia casa non ha radici”
Disse questo masticando una gomma americana e divaricando le gambe con le mani posate sui fianchi. Guardava le riviste esposte.
“ Ci sono molti libri”
“ Sì, come vedi … sono per lo più fumetti”
Si avvicinò all’entrata e prese in mano un Tex
“ Preferisco quelli a colori”
Gli allungai un Topolino.
“ Pagliacciate !” disse; roba per poppanti e cagasotto.
Vidi che allungava la mano sullo scaffale; per un attimo credetti che mi stesse fregando qualcosa; invece prese un libro con le illustrazioni a colori.
“ Che roba è?”
Fratelli Grimm , sono fiabe… Se vuoi puoi leggerlo; ti metti a sedere lì.
Sfogliò il libro incuriosito. “ Non so leggere; raccontami tu qualcosa”.
Non potevo mettermi a leggere; c’era da servire i clienti; erano fiabe che conoscevo e che mi aveva raccontato tante volte mia madre nelle sere della mia infanzia. Cominciò così la mia esperienza di narratore di favole. Io gli narravo la storia e lui guardava le illustrazioni.
Iniziammo da Cappuccetto Rosso. Ero convinto che si sarebbe scocciato subito, invece rimaneva ad ascoltare incantato, col silenzio rotto solo dai continui”…e poi” quando mi fermavo per allungare un quotidiano.
Fu la volta di Barbablù, Hansel e Gretel, Pelle d’Asino. Khaleb veniva all’edicola oramai quasi tutti i giorni e non chiedeva più l’elemosina in zona. Quel che mi meravigliò di più fu scoprire che dietro a quel volto diventato troppo presto grande, con la lingua di uno scaricatore di porto, e la faccia piena di lividi e cicatrici, dietro c’era ancora intatto il bambino che si era perduto.
Terminata la fiaba correva via e l’indomani eccolo ritornare.
Allora oggi cosa mi racconti”. Provai ad intavolare altri discorsi più concreti , dove abiti, da dove vieni, chi sono i tuoi genitori. Rispondeva a monosillabi. Seppi solo che abitava in un campo nomadi alla periferia della città e che aveva viaggiato tanto. Mi disse anche “ sai mia nonna era una regina, una regina del Montenegro; e allora io sono un principe vero? Come quello della fiaba”
“Sì- gli dissi- sei un piccolo principe, come nella Fiaba della Bella Addormentata”
Avevo quasi del tutto saccheggiato la mia memoria; per ultima tenni Biancaneve. Gli dissi, oggi ti racconterò Biancaneve.
Fu quel giorno che si presentò all’edicola un giovane che chiese di vedere le riviste di moto; le avevo esposte all’esterno, sulla parete di sinistra; uscii dall’edicola; lui ne prendeva una, la sfogliava un poco, poi la posava e ne prendeva un’altra: non si decideva. All’improvviso sentii un grido; era la voce di Khaleb
“ dannati gaggi, qui c’è pane per i vostri denti…” e sfoderò il coltellino.
“ Khaleb no!, che fai, mettilo via!”
Il giovane mollò la rivista e si mise a correre sotto il portico, feci appena in tempo a notarne un altro sgusciare fuori dall’edicola e darsela a gambe. Vidi il cassetto del danaro ribaltato. Non mancava nulla.
Khaleb mi fissava sorridendo sardonico “ ti fai fregare anche dai ladri gaggi… quelli non erano zingari bello”. Eravamo diventati veri amici.
“ Ti ringrazio” gli dissi e gli tesi la mano.
Lui ci battè sopra la sua. “ Siamo pari ora”. Fece per andarsene
“ Bè, e la storia ? Non la vuoi sentire ?”
“ Un’altra volta…”
D’improvviso era ricomparso il ragazzo di strada sprezzante e crudo.
“ Vado perché entro sera debbo racimolare 50.000 lire da portare al Campo”.
Presi 10.000 lire dal cassetto e feci per dargliele ma lui era già sparito
Posato sul bancone c’era il libro illustrato delle nostre fiabe; era rimasto aperto alla fiaba di Biancaneve, l’illustrazione mostrava il Principe che emergeva dal fondo del bosco e galoppando si avvicinava a Biancaneve addormentata e distesa in una cassa di cristallo. Non avevo fatto in tempo a narrare a Khaleb l’ultima, parte , il lieto fine, proprio a lui che era nipote della Regina degli Zingari del Montenegro.
Piegai la pagina sulla figura del Principe e riposi il libro nello scaffale. Domani finirò di raccontargli la storia, dissi tra me…
Khaleb non tornò mai più.
Cercai di informarmi dove fosse andato a finire, ma sembrava che nessuno lo conoscesse, neppure in Commissariato. Forse se ne era andato in un altro Paese seguendo la carovana o forse si era spostato solo in un’altra città, a Reggio o a Bologna, a dare calci ai passanti che non sganciavano le monete.
Non avevo mai nutrito una particolare simpatia per gli zingari, ma i bambini sono uguali dappertutto, e tutti meritano d’avere un sogno, di giocare, d’essere felici, di credere in un mondo bello e buono.
Da quei ricordi sono passati diversi decenni. La vita mi ha risucchiato, giorno dopo giorno, nei problemi del quotidiano e per diverso tempo mi ero dimenticato del piccolo zingarello e di quel periodo della mia giovinezza. Oggi la Tv ha parlato di settecento bambini morti annegati in un anno, mentre cercavano d’attraversare il mare per inseguire un sogno; sono dati che anche i miei quotidiani ripetono e che si mischiano nella mia mente ai telefilm, alle previsioni del tempo , alla pubblicità , ai volti sorridenti delle star di Hollywood. Ma se ti capita di conoscere gli esseri umani, di guardarli negli occhi, di sentirne la voce e il respiro, il pianto e il riso, è più difficile accettare impunemente che possano soffrire; soprattutto se sono bambini.
Khaleb aveva il volto pieno di cicatrici e un coltello nella tasca dei blue jeans , ma amava le fiabe, come tutti i bambini. Forse anche lui avrà ricordato ciò che io gli narravo e avrà imparato nel tempo a vedere un
poco di colore intorno a sé e a sperare nella felicità.
Io non appartengo più a questo mondo. La gente passa con l’orecchio incollato al cellulare, prende il giornale e parla con una persona che non vedo; mi allunga le monete e se ne va. Presto cederò la Casa dell’Arcobaleno, a una persona più moderna, che sappia ridarle vita, perché tutti arrivando dal portico possano tornare a vedere l’edicola splendente di colori come appariva a me da bambino. Ma per ora sono ancora qui, come ogni giorno.
E’ già quasi l’alba. Il Gufo della Torre ha smesso di volare sulla piazza. Tra poco giungerà il camion a portare i quotidiani. Respiro profondamente l’aria del mattino che a quest’ora non puzza ancora. E penso: buongiorno Modena, mia bellissima signora.
(ogni fatto e ogni personaggio sono frutto unicamente della fantasia dell’autore)