L’edicola di John di M. Vaccari
Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicola: Edicola viale Verdi, Modena
Dialogo fra Davide l’edicolante, John e Kuky
Davide: E’ venuto in edicola! Era lui! Era lui! John!
Cliente: John chi?!
Davide: John Lennon! Gli ho anche fatto una foto col telefonino ma è venuta male, sembra Kuky.
L’ho riconosciuto subito e gli ho detto: ”Come mai proprio qui?” E lui:
John: E’ per Valeriano, sai, è sempre stato un nostro fedelissimo, e un po’ anche per Kuky, anche se a lui piacevano i Rolling Stones. Questo è un posto dove posso sperare di essere capito. Cosa dico! Qui hai in mostra un enorme cofanetto dei Rolling!!
Davide: Sai, per tirare avanti vendiamo di tutto.
John un po’ incazzato: Ve la cantavamo tanti anni fa’ ma nessuno ha ascoltato, nessuno ha capito! Le cose sono andate sempre peggio.
Davide: Che cosa cantavate?
John: La schifezza, la miseria delle anime sole, senza contatti, ricordi Eleanor Rigby? di chi raccoglie il riso dopo un matrimonio a cui non ha partecipato, di chi passa la notte a rammendarsi i calzini e scrivere un sermone che nessuno ascolterà. Allora ce ne erano pochi di questi “sfortunati” e ci chiedevamo: “Ma d’indove i desvinen?”, sai, in paradiso ho imparato le lingue e ti ho tradotto in modenese “Where do they all come from?” perché in modenese si esprime meglio lo stupore davanti a questi personaggi.
Noi pensavamo di aver segnalato dei casi pietosi, rari, in via di estinzione. Pensavamo:” Fra un po’, a forza di sesso e rock & roll, di personaggi così non ce ne saranno più”. Bhe, invece di calare di numero sono cresciuti, invece di sesso e rock & roll vi siete messi tutti a guardare la televisione 24 ore al giorno, quelle poche volte che uscite andate nei centri commerciali, famosi ritrovi per muti.
Le osterie fuori porta aspettano che muoia Guccini e poi le chiudono perché ormai ci va solo lui.
A Los Angeles la gente si è ridotta a fare gli incidenti stradali per entrare in contatto con qualcuno.
Poi c’è chi entra in un posto pubblico dove nessuno lo cagherebbe (in America vedo che lo fanno anche nelle scuole) e, per essere sicuro di essere notato, si mette a sparare all’impazzata oppure si fa saltare per aria così, a sciattini (schizzi) entra in contatto con più persone (non mi ricordo come si dice sciatèin in inglese).
O fanno come quello sfigato che si è messo ad aspettarmi sotto casa mia a New York e poi mi ha sparato.
Davide: Mi fai un autografo?
John: Davide non rompere. Piuttosto, quando passa Kuky? So che viene qui tutti i giorni.
Davide: Perché cosa vuoi?
John: Li ho sentiti, l’altra sera a cena, lui e la Sara di San Giovanni (in Persiceto) parlare di “Across the Universe”, la sanno anche a memoria e la cantano bene, bhe, Kuky un po’ meno. Credevo che solo Fiona Apple l’avesse capita così bene, volevo salutarlo.
Davide: Se hai tempo aspetta, prima o poi arriva
John: Ne ho di tempo, sono fuori dal tempo.
Arriva Kuky: Ciao Davide, perché hai messo uno specchio in negozio?
Davide: Quale specchio?
Kuky: Quello lì di fronte, dove mi sto specchiando.
Davide: Non è uno specchio, salame!
Kuky: E com’è che io mi ci vedo?
Davide E’ John! Non lo riconosci?
Kuky: Ma va, quello sono io!
Davide: Lo so, me l’ha sempre detto Valeriano che ne sei sempre stato convinto.
Kuky a John: Jai guru deva (saluto induista)
John: Bhe mi saluti già? Sono venuto qui dall’altro mondo, dovevamo parlare, tu lo sai, di tante cose, esempio “Books not bombs” che hanno scritto a Parigi dopo l’ennesima strage e che si trova a San Francisco da Lorenzo!
Kuky: Chi Bichi?
John: No, Lorenzo (Lawrence) Ferlinghetti. E’ una scritta appesa nella sua City Lights Books
Kuky: E’ vero, dovevamo parlare del fatto che ogni edicola è una piccola City Lights Books ma non c’è più tempo.
John: Io di tempo ne ho infinito.
Kuky: Sì ma quelli che hanno organizzato questo contest vogliono la roba entro domani.
John: Ok ma visto che ho tempo posso ritornare.
Kuky: Ritornerai?!
John: Sì, ripartiremo da “Books not bombs”.
Kuky: Dai! Così mi spieghi anche a modo Across the Universe.
John: Sì ma tu intanto esercitati a cantarla, fai un po’ schifo.
Kuky: Allora torna presto! Ci vediamo qui in edicola da Davide!
Chissà, chi passa da Davide all’edicola dei Manzini, Modena, angolo viale Verdi via Puccini può sempre incontrare John … ..
La mattina del 2 di Aprile di F. Velotti
Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicola: Edicola di via Morane di Rosa di Maiolo
Successe la mattina del 2 di Aprile.
Una giornata di pioggia a Modena,come molte in quel mese.
Avevo parcheggiato al solito posto,tra la siepe e l’edicola di via Morane al angolo del parco.
Erano le 7:40,avrei preso il giornale (0,90 centesimi) e dopo sarei andato al bar per il primo caffè della giornata (1 euro). Dopo in studio.
Tutto come sempre.
Ero al telefono quando appoggiai gli spiccioli sul piattino di plastica,tesi la mano,ma niente.
“Allora?! Dormiamo stamattina?”
Mi voltai.
Ma al posto di quel vecchio baffuto,c’era una ragazza,poco più di 20 anni,capelli ricci,neri,con una cascata di lentiggini sulle guance. Occhi marroni,i più belli mai visti.
” Mi scusi,ma non mi ha chiesto cosa vuole…”disse imbarazzata.
“Non è mia abitudine farlo,il signore non c’è stamattina?”
“No,non c’è..” Abbassò lo sguardo sulle sue scarpe.
“Ormai dovrebbe andare in pensione è troppo vecchio per svegliarsi in orario la mattina, il tempismo è tutto”
“..in verità mio padre è morto stanotte..”disse con un filo di voce.
Merda.
“Scusami,non potevo sapere..”
Certo che il vecchio aveva buon senso dell’umorismo,morire il 1º di aprile.
“Figurati..” Il suo sguardo si fece cupo,le sue labbra iniziarono a tremare.
“No,ti prego no!” Dissi alzando le mani.
La ragazza iniziò a piangere a singhiozzi,più provava a trattenersi più uscivano lacrime.
Si portò le mani sul volto.
Rimasi lì immobile,travolto dal suo dolore.
Guardai l’orologio 7:52. Bene,al diavolo il caffè.
“La Gazzetta dello sport”
“Come?” Disse lei
“Tutte le mattine da circa 5 anni prendo la Gazzetta dello sport. Io e tuo padre non ci siamo mai scambiati una parola,mi limitavo a passargli i soldi e lui il giornale…mi dispiace per prima sono stato indelicato”
Si asciugò le lacrime con la manica del maglione e dopo poco sorrise.
Era come vedere il sole dopo un lungo inverno.
“Mi chiamo Anna piacere”
“Io Alex. Come mai Anna se tuo padre è morto ieri sera stamattina sei qui?”
Prese la Gazzetta dello sport e me la mise davanti.
“Tutte le mattine passa un uomo che non parla mai,prende il giornale,guarda il suo orologio e corre in ufficio…mio padre ci teneva ad esserci..” – in quel momento mi mancò il fiato. Stava parlando di me.- “così sono qui ,lo aspetto, come avrebbe fatto lui”
Non ci potevo credere,quel vecchio baffuto aspettava me tutti i giorni,solo per il suo stupido giornale.
Iniziai a sudare.
Guardai l’orologio 8:05. Cazzo.
“Devi andare?” Chiese lei.
“Si devo proprio scappare,scusa a presto!” Iniziai a correre senza sentire cosa mi aveva risposto,lasciando li la Gazzetta.
Il mio primo ritardo.
Poi pensai a lei. Così esposta al suo dolore e così forte nel affrontarlo.Solo per un’abitudine,mia e del vecchio..e chissà di quanta altra gente,che non presta nemmeno attenzione a chi dedica loro non solo un lavoro,ma il tempo.
Non sapevo neanche il nome di quel bastardo che mi faceva sentire così schiavo,così robotizzato dal lavoro,così ingrato.
Lo ero. Certo che lo ero.
Successe la mattina del 2 aprile. Uscì finalmente il sole ed io,buttai l’orologio.
La grande bugia di P. Turci
Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicola: Edicola Le Torri, via Viterbo 44, 41125- Modena
Da almeno un quarto d’ora se ne stava immobile, chiuso dentro l’auto, a fissare qualcosa che non doveva essere lì, a pochi metri davanti a lui, nella notte.
Aveva sostituito volentieri il collega, a casa con una brutta influenza, ma non era abituato ai turni serali, troppo lunghi e noiosi. Bruno preferiva muoversi nella caotica vita cittadina, tra il viavai della gente e i rumori del traffico. Il silenzio della periferia fiocamente illuminata lo metteva a disagio, anche se dopo il coprifuoco non c’era da aspettarsi nessun pericolo.
Senz’altro doveva essersi verificato un difetto nel navigatore se adesso si trovava lì, lontano da tutto, in quella spianata quasi spettrale, davanti a quell’incredibile costruzione.
Non era molto grande, forse sei metri per sei e quattro in altezza, senza porte e finestre visibili.
Ciò che riusciva a vedere bene, nonostante la poca illuminazione, era un’insegna in alto, a un metro sotto il tetto, una scritta che non vedeva da quand’era ragazzino. L’ Edicola. C’era proprio scritto così, ma non era possibile. Tutte le edicole erano state abolite.
Poteva avere non più di tredici, forse quattordici anni, quando in città arrivarono i camion. Passavano assordanti e lenti lungo le vie e sotto le case, a svegliare tutti, e i bambini si mettevano ad inseguirli, noncuranti dei richiami delle mamme alle finestre. Il bisonte di ferro che lui e gli amici rincorrevano si era fermato nella via che faceva angolo con la banca, dove c’erano un bar e un’edicola. Erano scesi uomini in tuta dall’aspetto alieno, Bruno ricordava quanto erano alti e robusti. Poi erano arrivati i poliziotti e con fare tranquillo e irremovibile li avevano rispediti a casa, a raccontare che erano sbarcati gli extraterrestri e che la polizia sapeva. No, avevano detto sorridendo mamma e papà, stanno solamente cambiando le cose, era nell’aria da tempo. Il futuro.
Da quel giorno d’estate, tutte le edicole erano sparite, scomparse da tutta la città e, come si seppe dai mezzibusti sorridenti della televisione, da ogni città d’Italia e da tutti i paesi del mondo. Per sempre. Al loro posto sorgevano strutture dall’aspetto fantastico, tutte rigorosamente trasparenti e illuminate. Ci potevi entrare con una tessera magnetica lillipuziana e un microchip che dovevi aver impiantato nel braccio. Ricordava le lunghe code davanti agli uffici dove infermieri in camice bianco, pazienti e sorridenti, velocemente inserivano il chip con una piccola argentea pistola.
La struttura del suo quartiere pareva un cubo di cristallo. Entravi e avevi a disposizione diverse poltrone bianche e comode dall’alto schienale, dal quale ricadeva un leggerissimo casco. Sui braccioli delle poltrone, a destra e a sinistra, le pulsantiere digitali ti portavano dove volevi.
Non più pagine da sfogliare ancora fresche di stampa, niente più copertine patinate di riviste, o fumetti a colori o in bianco e nero con le nuvolette; e saper leggere, per la verità, non era più così necessario: eri dentro la notizia, nella storia, nel mondo. Volevi sapere dell’incidente sulla A14 che aveva causato tre morti e cinque feriti? Bastava digitare “ cronaca “ e tu eri catapultato proprio lì, in quel punto dell’autostrada, davanti ai tuoi occhi le lamiere ancora fumanti per un principio d’incendio, i vigili al lavoro per estrarre i corpi, la stradale a fermare il traffico, l’ambulanza che col suo urlo straziava le orecchie e si faceva strada sulla corsia d’emergenza.
Come andava la guerra in Medio Oriente? Insieme a gruppi di soldati dalle divise lacere e sporche, correvi tra le rovine delle case, a schivare i cecchini, tra il fragore delle bombe e il fumo accecante, mentre la voce fuori campo contava le vittime fino a quel momento e le zone conquistate dalle fazioni avverse. Con un piccolo sovrapprezzo si potevano sentire anche gli odori e decidere se apporre qualche modifica, come amplificare i suoni o alterare il colore. Nei microchip erano inseriti dispositivi di sicurezza che impedivano ai minori di accedere alle scene più sconvolgenti.
I primi tempi, un’ambulanza sostava davanti alle strutture, a prestare aiuto ai tanti che reagivano all’immersione nelle notizie con malori più o meno gravi. Poi, piano piano, la gente imparò a gestire la cosa; i sofferenti di nervi e di cuore a dosare le storie più cruente con il tasto “ soft “, oppure “ crea “, con il quale manipolare le immagini a piacere ed escludere le scene meno digeribili. Negli anni successivi si vociferava di un numero consistente di persone che ebbero bisogno di ricorrere alle cure degli psichiatri, in seguito a disturbi causati dall’assorbimento di notizie. Sembrava che, nel tempo, molti non riuscissero a scindere il reale dal fantastico. Queste voci, però, non vennero mai confermate. Naturalmente la rivoluzione non fu indolore, e per anni in tutte le città vi furono ogni tanto cortei di manifestanti a gridare contro la manipolazione di massa. I governi lasciarono passare, bollando le iniziative come frutto di menti complottiste; finchè, nel tempo, i favorevoli superarono di gran lunga i contrari e, come spesso succede, l’assuefazione vinse su tutto e tutti. Si raccontava di frange estremiste organizzate in gruppi segreti, bande definite criminali che continuavano a mettere in rete o a stampare i giornali, in siti criptati e luoghi segreti. La polizia del web vigilava ovunque e tranquillizzava la popolazione: nessuna voce in merito aveva dato indizi di verità ed erano da ritenersi favole internaute per pochi nostalgici.
Il rumore che segnalava l’avvicinarsi di un veicolo scosse Bruno dai suoi ricordi. Un bus di linea si fermava di lato alla struttura, rompendo il buio con la luce azzurrina dei fari. Molta gente scendeva senza emettere un fiato, ombre scure avvolte dal silenzio. Il bus ripartiva affiancando la sua auto e riuscì a intravedere una donna in divisa alla guida. Nessuna scritta sul mezzo a confermare l’appartenenza a una qualsiasi linea cittadina.
Improvvisamente la struttura sembrò risvegliarsi, una porta automatica si stava alzando e un’altra laterale prese a scorrere. L’edicola apriva e lentamente le persone entravano, una dietro l’altra, e si lasciavano avvolgere dalla luce che nasceva all’interno.
Bruno calò il berretto in testa, mentre si assicurava che l’arma d’ordinanza fosse ben visibile dalla fondina. Chiuse l’auto e cominciò a camminare verso la vetrata, ora pienamente illuminata.
Prima di entrare controllò se potevano esserci pericoli, la presenza di piccole figure all’interno poteva escluderlo, bambini accompagnati da adulti e tutti interessati solo a curiosare tra gli scaffali.
Il locale non era molto ampio ma sfruttava al massimo ogni spazio, come ricordava ancora. Perchè quella, accidenti, era la “ sua “ edicola di quartiere, quella dove andava da bambino e da adolescente a comprare i fumetti e le riviste sugli Ufo. Dove papà tutti giorni passava a prendere il giornale e qualche volta le riviste di cucina per la mamma. Dove suo fratello maggiore decideva se portarsi a casa l’ennesimo giallo o l’ultimo modellino da costruire, potevano essere astronavi, treni o auto da corsa, tutto andava bene poiché era fissato con quelle meraviglie.
Alla sua destra erano esposti i romanzi gialli e d’avventura e i saggi, e dietro quelli rosa o noir; nella parete di sinistra volumi e modellini su dinosauri e draghi mostravano i denti, poi soldati spaziali armati e casette del lupo cattivo per i più piccoli, insieme a orsi e delfini. In alto, album per raccogliere figurine d’ogni genere, dai calciatori a Star wars a principesse alate. Album da colorare ogni favola, antica o moderna che fosse, chiudevano la parata, per passare all’espositore che per tanti anni era stato l’oggetto delle sue incursioni e dei suoi sogni.
Dylan Dog, Tex Willer, Alan Ford, Diabolik e tutti gli altri erano là, davanti a lui, a lasciarlo per un attimo senza respiro. E poi ancora le riviste sui viaggi, sull’economia, sulla tecnologia, l’arte, le auto, le biciclette e le moto, la montagna e il mare, l’enigmistica e i quiz, erano tantissimi e si perdevano davanti ai suoi occhi. Un ragazzo, abile giocoliere, distribuiva quotidiani e saluti oltre il banco. Ogni persona sostava un attimo e scambiava un sorriso e una parola sul tempo, sui mali di stagione, sui prezzi che non calano mai. Qualcuno ordinava un film da vedere in famiglia, titoli vecchi e introvabili, lui magicamente scorreva le dita sulla tastiera e diceva – Ce l’ho! -.
Per ogni cliente c’era uno sguardo, una battuta, un ricordo, un arrivederci a domani. Le persone uscivano sorridendo o si fermavano sulla porta a chiacchierare tra loro.
Bruno sapeva che tutto quello che vedeva e sentiva non era vero, non poteva esserlo. Perciò i casi erano due: o era improvvisamente morto e ancora non sapeva di esserlo, o stava semplicemente sognando, e prima o poi si sarebbe svegliato e gli uomini, le donne, i bambini e lui, l’edicolante, il ragazzo, Daniele, sarebbero scomparsi. Insieme alla sensazione strana di vicinanza e calore che non provava da troppo tempo.
Ricordava bene Daniele, anche se dall’ultima volta che ci aveva parlato erano passati trent’anni. Più o meno. Trent’anni per Bruno erano trascorsi per diventare, da quel ragazzino secco e timido che era, un omone alto e robusto con qualche filo bianco tra i folti riccioli, con un po’ di pancetta ben nascosta dall’impeccabile divisa. Erano passati per metter su famiglia, con una brava moglie e due figli ormai alle superiori, un lavoro in polizia che gli piaceva e gli permetteva anche di avere una bella casetta e fare una vacanza al mare una volta l’anno.
Daniele era lo stesso ragazzo di quando lui era bambino. Non era cambiato. Il corto ciuffo scuro sulla fronte, gli occhi svegli dietro gli occhiali senza montatura, un filo di barba a incorniciare un sorriso aperto e gentile. Un sorriso che adesso era rivolto a lui, fermo impalato a cercare di rimettere insieme i frammenti dei mille pensieri che gli passavano nella testa come lucciole impazzite. – Ciao Bruno, cosa ti do oggi? -, chiedeva Daniele. La mano a raccogliere un quotidiano, Bruno domandò: – Ho bisogno di qualche spiegazione, Daniele. – Dimmi pure.
Si preparò a fare la domanda nel modo più chiaro possibile, anche per se stesso. – Devi spiegarmi cosa sta succedendo, perché la tua edicola è in questo posto e perché tutta questa gente è qui.
– Beh, potrebbe essere una storia lunga e io devo servire i clienti, come vedi. -, rispondeva senza perdere il sorriso, adesso un po’ ironico.
– O me lo spieghi qui, oppure alla stazione di polizia. Le edicole sono state dichiarate fuorilegge più di trent’anni fa, Daniele, e devi darmi spiegazione di quello che succede.
Con un sospiro il giovane usciva dal banco e chiamava con un cenno un distinto uomo di mezz’età che Bruno riconobbe con stupore nel padre. Anche lui uguale a quando si erano salutati nei giorni precedenti alla scomparsa delle rivendite.
Fuori faceva freddo e Bruno si alzò il bavero della giacca, seguendo Daniele che s’incamminava verso un albero poco distante. Indossava una delle solite magliette con le scritte colorate e i jeans e, nonostante l’autunno inoltrato si facesse sentire, non pareva preoccuparsene.
Appoggiò la schiena al tronco e cominciò a parlare piano, gli occhi fissi all’edicola.
– Sono passati molti anni, Bruno, ricordo che eri ancora quasi un bambino.-
– Sono trent’anni, e sono trent’anni che le edicole non ci sono più, Daniele. Perciò non capisco.-
– Eri troppo giovane per capire che cosa stavano facendo, e nessuno poteva impedirlo. Molti, però, hanno continuato a resistere e a lottare.
Sorrideva, e le parole cominciarono ad uscire senza fermarsi per raccontare una storia .
Prima che il progetto venisse attuato, da molti anni se ne conosceva l’intenzione, anche se a grandi linee e attraverso portavoce di organizzazioni segrete, talmente segrete che le notizie che filtravano erano spesso contraddittorie e confuse. Di sicuro c’era soltanto che tutti i paesi avanzati stavano lavorando per l’abolizione definitiva e irreversibile della divulgazione di notizie o qualunque tipo d’informazione a mezzo stampa o rete. Una rivoluzione mondiale che significava l’eliminazione di ogni firma giornalistica, di ogni immagine fissa, di ogni descrizione personalizzata di fatti ed eventi. Al posto di quotidiani, riviste specializzate di ogni genere, libri, cd audio o musicali, film su dvd e tutto, tutto ciò che poteva venir considerato trasmissione di cultura, tutto sarebbe stato globalmente vissuto in prima persona e attraverso i sensi.
Pensatori lungimiranti iniziarono a descrivere come sarebbe stato il futuro libero interpretare, non più condizionati dall’impronta personale degli scrittori, dei giornalisti, dei fotografi, degli artisti di ogni musa, degli scienziati e dei matematici, dei politici. Tutto sarebbe stato visto, ascoltato, vissuto dentro la realtà, ognuno protagonista e a volte, anche se con poteri limitati, creatore. Ognuno avrebbe liberamente deciso come e cosa vedere.
Pensatori contrari definivano invece l’ombra del futuro come un assassinio di massa al libero pensare, un calarsi indotto da altri in un sogno comunque manipolato. Questa presunta rivoluzione avrebbe finito per creare una popolazione di disadattati, incapaci di distinguere il vero dal falso, persone dipendenti di fatto da notizie abilmente girate e dirette dai soliti burattinai.
Nel corso degli anni i pensatori contrari al progetto persero di visibilità e, poco alla volta, parvero scomparire. Nel 2018 arrivò il futuro e nel giro di una settimana tutto cambiava, tra gli applausi e i festeggiamenti nelle pubbliche piazze, unitamente alle manifestazioni di protesta che ancora a lungo infiammarono le città, per poi spegnersi gradualmente senza fare troppi danni. In realtà le persone arrestate e imprigionate furono migliaia in ogni nazione, molte scomparvero per sempre e non si seppe mai dove. Come non si venne a sapere che in tutti i paesi del mondo tante persone continuavano segretamente a mantenere viva la resistenza ad una delle più grandi sopraffazioni della storia, perché questo e solo questo è stata. Una dittatura a livello mondiale contrabbandata come nascita del libero pensiero. In questi gruppi di dissidenti confluivano appartenenti ad ogni ceto sociale, professionisti, medici, scienziati, ingegneri, operai, intellettuali, e anche militari. Cellule composte da poche persone che comunicavano con mezzi obsoleti che ormai nessuno più usava, attraverso la radio e con segnali ormai sconosciuti, dimenticati.
Soprattutto i governi riuscirono a tenere nascosti i danni che provocarono i nuovi sistemi di conoscenza. Le malattie mentali in continua crescita, l’aumento dell’uso della violenza nelle case e nei quartieri, dove si formavano bande di piccoli criminali poco più che adolescenti e dall’insolita aggressività. Vennero creati, ben nascosti, luoghi di detenzione e cura dove questi disadattati continuavano a vivere. Le forze militari conobbero un esponenziale aumento e la repressione funzionò. Le città vennero ripulite e il proclama permanente del coprifuoco fece il resto.
Ora gli occhi di Daniele erano fermi in quelli di Bruno.
– Tu e tutti quelli della tua generazione siete cresciuti in un mondo virtuale e falso, creato ad arte per convincervi di essere dentro la realtà, di poter scegliere il vostro futuro, di essere liberi dalle catene dell’informazione dipendente da questa o quella ideologia. Una grande, colossale bugia, caro Bruno, perché da allora nessuno ha più potuto scegliere. Mille volte ancora di più che nel passato, i Grandi Burattinai vi fanno vedere e conoscere quello che è giusto o sbagliato secondo la loro volontà, facendovi credere che siete voi a pensare e a dirigere la vostra vita.
Il silenzio durava da un po’ e finalmente Bruno riuscì a parlare: – Una bella storia, Daniele, e immagino che questa struttura, questa gente, tuo padre, tu, facciate parte di un piano.
– Un piano? Sì, è il termine giusto. Un piano accuratamente preparato in ogni dettaglio, un piano nato e cresciuto da molto tempo prima che il progetto avesse inizio. In ogni città, in ogni nazione di tutto il mondo noi ci siamo, e siamo sempre di più. E’ come una semina, caro Bruno, piccoli insignificanti semi gettati qua e là, e quando meno te l’aspetti, ecco, la fioritura. La gente viene, ritorna indietro nel tempo, a quando ancora si parlava, si discuteva, ci si arrabbiava, si pensava, si decideva di prendere posizione, giusto o sbagliato che fosse. Di quando ci si incontrava o scontrava, di quando l’indifferenza non faceva parte del nostro vivere.
La riflessione di Bruno durò a lungo, poi la sua voce suonò calma e impersonale: – Bene, Daniele, immagino saprai che, comunque, non tocca a me decidere. Le edicole, tutta la stampa, tutta l’informazione di ogni genere e la produzione di qualunque testo o video o audio sono stati dichiarati fuorilegge nell’agosto 2018. Pertanto, io devo fare denuncia al mio comando di quello che sta succedendo qui. Saranno i miei superiori a mettere sotto sequestro la tua struttura e l’area circostante e le persone presenti verranno identificate e perseguite secondo la legge vigente.
Si complimentò con se stesso per aver recitato con sufficiente durezza la sua parte, nonostante l’inquietudine che provava.
Daniele sorrise e il suo braccio indicava lo stesso veicolo avvistato forse un’ora prima, l’anonimo bus che si fermava a pochi passi da loro, davanti all’entrata dell’edicola. La stessa autista in divisa apriva le porte e spegneva il motore, in attesa.
– Neanche il tempo di avvisare il tuo comando, e nessuno sarà più qui, credimi, soltanto tu e il giornale che hai in mano.
– Vuoi scherzare? Nell’edicola troveranno abbastanza impronte per identificarvi tutti e vi troveranno, ovunque andiate.
Nel frattempo, il bus aveva completato il suo carico e ripartiva lento, ai finestrini alcuni bambini sorridevano salutando. Le luci all’interno dell’edicola si spegnevano piano e come d’incanto anche la struttura spariva. L’insegna, i muri, le vetrate, niente, più niente, solo buio. Che trucco era questo?
– Hai dimenticato una cosa, Bruno. – Tendeva la mano, a salutare.
– Non mi hai chiesto perché sono ancora così. Così giovane, dico. – ma Bruno non riusciva a parlare e meccanicamente stringeva la mano tesa davanti a lui. Stringeva la propria mano, le proprie dita, perché quella dell’altro non c’era. Daniele era ancora lì, eppure non c’era.
– Sì, stai pensando bene, davvero. Ologramma, ologramma perfetto, con immagine, parole, pensieri, pregi e difetti dell’originale. I più grandi scienziati sono dalla nostra parte, e i risultati delle loro scoperte e produzioni sono davvero eccellenti, sì, eccellenti. E’ stato un piacere ritrovarti. Addio.
Il buio avvolse anche Daniele. Tutt’intorno, niente. Nel silenzio ritrovato, la testa china senza nemmeno pensieri, Bruno risaliva in auto. Programmò il navigatore verso casa, tolse il berretto e si scompigliò i capelli. Mise il giornale al sicuro, nel portaoggetti. Lo avrebbe letto con calma il giorno dopo, decise mentre avviava il motore.
Una lanterna illumina la nostra finestra sul mondo di L. Doda
Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicola: Edicola di via Mascagni 2, di Giuliano Oleari
“Ciao, come stai, senti ti va di fare due pasi in centro? Si, certo ci troviamo al solito posto, all’edicola quella in angolo, si ti aspetto dai intanto leggo i titoli dei giornali”.
Inizia così un sabato mattina come tanti, quando metti in fila le sane abitudini e i momenti piacevoli del vivere quotidiano. Non è certo un atto eroico, ma a volte è piacevole sentirsi paghi di questa normale eroicità: alzarsi con la calma che è giusto dedicare alla vita, yoghurt, il sapone sul viso e quella telefonata, ogni sabato.
Ma pensa te, le prime volte quella scatolona grigia con la rotella, dovevi scegliere il numero e girare TAC TAC TAC, poi ancora e ancora 6 volte, senza prefisso, pensa se ci voleva il prefisso. Forse è per evitare di slogarsi una falange che non si doveva mettere il prefisso, perché le telefonate fuori distretto erano poche e fatte in fretta, con quel che costavano, caspita.
Ma poi il telefono mica serve per chiaccherare, quelle, le chiacchere si fanno guardandosi negli occhi, annusandosi, non basta scambiarsi il suono della voce per chiaccherare. Poi il sabato mattina l’edicola era il posto giusto per iniziare a chiaccherare, da lì iniziava il percorso che portava alla scoperta di noi e del mondo. Quel conversar di noi aveva necessità di sfiorarsi e poi di assaggiarsi reciprocamente, ecco quello era il gusto del conversare davvero nella nostra relazione.
Eccomi di nuovo li, di fianco all’edicola “Buongiorno”, sorrido all’edicolante che tanto ne vede passare di gente strana, come siamo tutti un po’ strani. Si, qualcuno a volte lo è più di altri, ma in fondo … Io a che categoria appartengo? Essere Umano in Perenne Attesa Senza Speranza, sarebbe EUPASS, una bella sigla, magari lo leggerò sabato prossimo sui titoli dei giornali esposti davanti all’edicola: “Bruxelles approva l’EUPASS, nuova procedura per i richiedenti asilo”.
A proposito di asilo, quello rosso delle suore, con un’edicola davanti e dentro Causio, Pulici, Graziani, Rivera e Mazzola. Dentro all’edicola, mica dentro l’asilo perché lì dentro, vabbè lasciamo stare. Magari sono diventato comunista perché la mia prima esperienza di socializzazione forzata è stata affidata alle suore.
“Il Manifesto, per piacere, ecco qui il coupun … Ah giusto oggi prezzo speciale 50 euro, posso con il bancomat? No ha ragione è un’edicola mica una gioielleria. Grazie”.
Anche questo lo mettiamo nella teca delle donazioni per la giusta causa e adesso partiamo dalla cosa per cui val la pena spendere questa cifra per 16 pagine di carta sgualcita: quotidiano comunista. Scritto in piccolo, corsivo, mica urlato come fan gli altri. Siamo dei signori di un tempo passato, alle elezioni si partecipa come andare al club, giusto per far vedere che siamo vivi, non per vincere, siamo forse tipi da polisportiva?
Caspita, la polisportiva, quella della scuola calcio, anche li davanti c’era un’edicola, i titoli del Milan che conquista la stella e che Berlusconi non era presidente e si poteva ancora tifare in pace, ma anche i titoli del primo vero scandalo scommesse, della retrocessione in B, anche sul campo, ma si può comprare uno come Luther Blissett? Berlusconi sicuro non se lo filava nemmeno. La Rosea la andai a prendere in edicola quel magico luglio del 1982 “Italia facci sognare!”, che belle le magie che l’edicola ti consegna in mano, è un pezzo di mondo che di colpo diventa tuo. Gli scudetti di squadre sorprendenti l’Hellas Verona e la Sampdoria di Boskov.
Dunque, non sono certo che sia reale, ma ricordo di esser passato in edicola, mentre andavo o tornavo dalla biblioteca, stavo studiando per qualche compito o esame, non ricordo e per rilassarmi compro la Rosea, leggo tutto, ma soprattutto leggo le sue dichiarazioni. Davvero ha detto “Partita è finita quando arbitro fischia”? E’ troppo surreale, credo sia un falso ricordo, forse mi ero troppo concentrato nello studio. Eppure credo anche di esser tornato indietro, si ho chiesto a Massimo l’edicolante, perché son tornato indietro e ho chiesto a lui? Perché non ho chiesto a uno dei miei scombinati, mezzo drogati compagni di studio, ma poi stavo studiando? No forse passeggiavo, era una bella giornata di sole al parco, le anatre svolazzavano e invadevano quello che la sera sarebbe stato il campo per un match amatoriale. Si son tornato da Massimo perché lui giocava a calcio con noi “Oh, ma davvero ha detto questa cosa?”
In edicola ci passavo anche per far commenti e trarre dotte conclusioni sui fenomeni dell’attualità e sui campioni della modenesità. Nativi e acquisiti, comunque modenesi. Come Julio Velasco che “Per far punto bisogna tirar la palla di là dalla rete” e di punti ne fece, ma non abbastanza, infatti passo ancora ogni giorno in edicola per vedere quel titolo e incorniciare la prima pagina “ItalVolley medaglia d’oro alle olimpiadi”, ma per carità nessuno si sogni mai di scrivere vice-campioni come han fatto i nostri vicini d’oltre-Secchia che hanno diffuso edicola per edicola il poster della squadra di basket vice-campione. O sei campione o non lo sei, cosa è un vice-campione, non si fanno titoli di questo genere. Son certo che i nostri edicolanti modenesi non sarebbero complici di un tale orrore semantico, ne voglio parlare con Giuliano la prossima volta che passo dal Mercato Albinelli. Ammesso che sia ancora lì, lui è della razza edicolante-itinerante: dal centro storico a Vaciglio, passando per i musicisti e ritorno … per Carpi-Suzzara-Mantova si cambia!
Ora basta con queste idee in libera uscita, ricordi e sensazioni per ingannare il tempo nell’attesa del nostro incontro. Sarà ancora come le altre volte? Ecco ci siamo, alzo la mano e saluto “Ciao”.
Mi risponde una femminea voce felina che sgorga da un nido di riccioli scuri, uno scuro e dolce sguardo profondo diretto verso me accompagna quel suono familiare “Ciao Papi!” e subito dopo un biondo squillo virile “Ciao, mi prendi le figu Panini?”
Piego i miei 50euro di quotidiano e lo infilo come abitudine nella tasca dietro dei pantaloni. I riccioli mi avvolgono, mi investono e richiamano la mia attenzione “Io Topolino, Papi!”
In fondo me la sono cercata, darsi appuntamento davanti ad una edicola, me la sono davvero cercata. Ho voluto tanto intensamente quel destino che ora è di nuovo davanti a me e mi dice “Buongiorno, come stai”.
Come vuoi che stia, ma ti rispondo “Cappuccio e croissant alla crema?”. Le passo Il Manifesto, provvedo alle figu e a Topolino “Arrivederci” e mentalmente penso “questa edicola è come una lanterna che continua ad illuminare questa piccola finestra dalla quale abbiamo il vizio di affacciarci sul mondo”
Il racconto di R. Rovatti
Comune: Modena
Provincia: Modena
Edicola: Edicola Canalchiaro di Rivieri Andrea
Quale é stato il momento del passaggio dall’età adulta all’infanzia? Non dico dalla vecchiaia perché sarebbe eccessivo. No, non mi sono sbagliato, non dall’infanzia all’età adulta, proprio il contrario.
Dopo alcuni anni di irrequietezze diverse, avevo preso coscienza che stavo sbagliando tutto. L’avevo notato anche parecchio tempo prima a dire la verità, ma in modo inconsapevole. Le avevo giudicate fantasticherie senza il senso delle proporzioni, addirittura un po’ scriteriate. Era una calda e indifferente giornata di aprile quando avevo posato lo sguardo su di lei. Durante una tarda colazione nel mio bar preferito, comodamente seduto con caffé e brioches, l’avevo vista. Avevo capito subito che sarebbe stata il mio destino. Per prolungare la visione avevo ordinato anche un succo di frutta e un’altra brioche. Non mi ero chiesto se si trattava solo di suggestione estetica destinata a svanire nel futuro o invece qualcosa destinato a durare una vita intera. Si trattava di qualcosa che partiva dalla mia prima giovinezza, quando ero vecchio quindi, che avevo rimosso senza saperlo. In quei momenti però tutto mi era chiaro, anzi ero addirittura in estasi dinanzi a quello che vedevo, e la sensazione diventava sempre più forte. E così era stato per parecchi giorni ed avevo dovuto frenare gli impulsi che avevo di farmi avanti, fino a quando non avevo rinunciato a resistere. Se penso alla mia prima visione, con quegli occhi sgranati, devo ricredermi e non so come ho fatto a non allungare le braccia per prendermi subito ciò che vedevo. Non sapevo che proprio in quei giorni ormai lontani avrei iniziato un’attività che sarebbe andata oltre ogni mio sogno più roseo, per la quale non é ancora arrivata la parola fine. Quei ricordi e quelle immagini si sono salvate dall’oblio dovuto agli anni trascorsi e ciò che stava per iniziare in quella primavera di cui ho parlato riguardava un piccolo negozio al numero 21 della via che ormai é diventata la mia vita. Fino a quel momento di assoluta libertà da impegni, ero frastornato dalle possibilità che avevo e dall’incapacità di decidere. Invece improvvisamente quella mia decisione non aveva traccia di calcolo o pianificazione, mi sembrava un’impresa per giganti e non mi attentavo a fare programmi per capire fin dove avrei potuto arrivare anche se sentivo che avrei fatto bene a farlo. Non ero preparato al pensiero di abbandonare la vita condotta fino a quel momento e entrare nelle responsabilità. Sarebbe stato l’inizio di una stupenda storia d’amore. L’oggetto di questo amore? Un’edicola. Pregustavo già alcuni assaggi di quella vita, non avevo più bisogno di cercare altrove ciò di cui avevo bisogno, i contatti sociali che avrei instaurato, la bacchetta magica della vita non mi dava alternative, dovevo salire un altro gradino, arrivare al secondo piano di una scala e ora che sono salito ancora e il mio volto é rigato di tante rughe, ritratto di tutto quello che ho fatto, oggetti, figure, attori principali e comparse che ho incontrato, illuminano o al contrario scuriscono tutto ciò che mi ha attraversato. Una volta presa quella decisione, tutto per me aveva assunto una luce differente, a quei tempi non sapevo ancora valutare tutti gli aspetti di vario genere. In quella zona, con gente frettolosa, indifferente e contraria ad ogni modifica delle proprie abitudini ancorata alle proprie radici e ai propri problemi, non era stato facile portare il messaggio che un’edicola non fosse solo una fermata rapida, ma occasione che potesse guidare a sdraiarsi sul pavimento, con le braccia tese, senza guardare una televisione che facesse chiudere gli occhi, a provare a leggere i punti di vista del mondo. Tutto questo non lasciava molto spazio, spazio che non si poteva trovare fra le case grigie, senza riflessi, senza specchi che illuminavano la loro giornata. A volte, chiuso nelle mie stanze, con l’immagine ferma di una parete vuota con solo un quadro a riempirla, mi sembrava strano non riuscire a fare capire il mio entusiasmo agli altri, come se le mie meditazioni tradissero i passanti della via. Non lo facevo solo per guadagnarmi da vivere, i miei clienti non erano solo nomi, vuoi che a un certo punto, come fosse nascosto dietro una porta chiusa fino a quel momento, arrivò un segnale, come lo scandire l’ora di un campanile, e mi riempì il pavimento, la poltrona su cui stavo, le pareti, interrompendo gli sbadigli che mi prendevano, facendomi scivolare via i dubbi e poi una risata liberatoria. Tutto si stava distribuendo, cadeva ogni incertezza, ogni oscurità. Non era più notte, ma luminoso giorno, seduto sul pavimento, vicino alla finestra, corpo e mente sospesi nell’aria a volteggiare come a guardare fuori dalla vetrata con le tende aperte. Adesso potevo dormire, allungarmi sul letto, ridere ancora, uscire dalla nebbia e trovarmi in uno spazio aperto pieno di luce, una risata della mente e del corpo che scavalcava i problemi e i dubbi, la nebbia si era aperta, mi sembrava di potere accarezzare quei muri, ero incapace di starmene fermo, avevo iniziato a camminare nella stanza gettando le braccia fuori dal corpo per scaricare l’agitazione. Già vedevo, immaginavo, le poltroncine in cui fare accomodare i clienti, il tavolinetto su cui appoggiare borse e borselli, ascoltarli, stare lì, vivere per un attimo in un mondo buono, un mondo vecchio e insieme nuovo e fuori un cielo finalmente azzurro, sempre azzurro.
Importanza di un’edicola di C. Zolfo
Comune: Castelvetro
Provincia: Modena
Edicolante: AVE CANDELI – EDICOLA CANDELI AVE Via Statale 101/103 41014 Castelvetro di Modena (MO)
Ave è una bellissima parola: ti apre il respiro quando la pronunci, apre la giornata al mattino e la conversazione in un incontro. A Solignano Ave è una bella signora che tutte le mattine apre l’edicola permettendoci così di affacciarci sul mondo da questo piccolo borgo, una frazione di Castelvetro di Modena; non esattamente una frazione come qualcuno ha argutamente osservato, ma “una curva sulla statale” che va da Vignola a Sassuolo. Proprio su questa curva, al piano terra di una vecchia palazzina grigia, ormai disabitata, si affacciano le coloratissime locandine che Ave espone tutte le mattine, domeniche comprese, attaccate agli scuretti accuratamente riverniciati, per annunciare avvenimenti di cronaca, corsi di cucina, informatica, uncinetto, miracolose diete, travolgenti amori o ineluttabili separazioni dei “Vip” di turno: grandi emozioni, nuove abilità acquisite, traguardi raggiunti al modico costo di qualche euro! Non è facile ironia ma la realtà: un’ edicola è la possibilità di restare personaggi attivi nel teatro del mondo, di poter scegliere di che cosa e quando emozionarci, soprattutto di conoscere e apprendere con consapevolezza e libertà di pensiero. Vi sembra poco?!
Dispensatrice di questa ricchezza per gli abitanti di Solignano è la signora Ave che nelle belle giornate ci accoglie seduta sui gradini dell’uscio della sua magica bottega, sempre pronta a un sorriso di benvenuto, a un consiglio sulla scelta da fare, alla condivisione di un parere o dell’emozione suscitata da una notizia. La sua professionalità è completa sia che ti porga un capolavoro di letteratura, un poderoso tomo di Storia, un fotoromanzo, la bustina della raccolta di figurine o il quotidiano preferito sia che ti apra la speranza di un “Gratta e vinci” o ti “ricarichi” la gioia di parlare con una famiglia lontana. Una tanto entusiastica descrizione potrebbe far sorridere l’abitante di una città ricca di opportunità ma, credetemi, per chi abita sulla “curva di una statale”, a dieci chilometri dalla cittadina più vicina, un’ edicola, anzi L’EDICOLA è un piccolo paradiso e la signora Ave il suo Angelo custode.